Viaggiare: più cultura o più likes? – Lyceum
domenica, 19 agosto 2018
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Viaggiare: più cultura o più likes?

Al giorno d’oggi, viaggiare è l’attività preferita dalla maggior parte degli abitanti del mondo; in particolare 2 persone su 3 possono permettersi di spendere del denaro per una vacanza. Un’esperienza assolutamente formativa: si dice, infatti, che viaggiare sia l’unica cosa che, comprandola, ci arricchisce, che accende ancor di più le nostre curiose – almeno così si presume – menti: viaggiando, per l’appunto, si scopre una parte del mondo che merita d’essere visitata e ammirata, si comprende ancor meglio il concetto di bellezza, di perfezione.

Grand Tour a Londra (XVIII secolo)

Da sempre tale valore paideutico è riconosciuto dalla società: nel XVII-XVIII secolo, ad esempio, i rampolli delle famiglie più benestanti partivano per i cosiddetti Grand Tours, cioè dei viaggi in varie capitali europee il cui fine era quello di completare la propria formazione culturale.

Ma a distanza di tre secoli quanto è cambiata l’idea di viaggio? Si parte davvero con la voglia di ritornare più colti o per il semplice desiderio di evadere dalla nostra routine, monotona e talora opprimente? Nell’era dei social network, poi, è una domanda cui è difficile rispondere con esattezza. Proprio così, nell’era dei social network, a causa dei quali, ormai, non abbiamo più una vera e propria vita privata: a noi intrinseca è la voglia di mostrare ai nostri seguaci-amici tramite i nostri post qualsiasi cosa facciamo in qualsiasi luogo ci troviamo. Un modo per sentirci importanti? Una dimostrazione del fatto che, in una realtà sociale palesemente segnata dalla crisi, abbiamo abbastanza denaro da permetterci di viaggiare per il mondo? Un modo per suscitare “invidia” e ammirazione nei confronti di chi guarda le nostre foto? O forse per ottenere più likes, commenti e/o followers?

Chissà quale sia la risposta; ma è un dato di fatto, ormai, che l’attenzione verso ciò che si visita è di gran lunga minore rispetto ai decenni precedenti: colpa di questi oggetti rettangolari, all’interno dei quali c’è una parte consistente della nostra vita, che tendono inevitabilmente a distrarci?

Una corsa verso il traguardo immaginario, creato dalle leggi non scritte dei social network, del più popolare, del più seguito, di chi riceve il maggior numero di “Mi piace”; una tendenza che – si spera di no – potrebbe portarci, a lungo andare, ad accogliere l’unicità dell’arte e, per estensione, dell’intero patrimonio culturale con cui abbiamo la possibilità di venire a contatto come se fosse qualcosa di banale e comune, ad essere più abbagliati dalla luce artificiale dei nostri smartphone piuttosto che dalla perfezione di opere quali la Cappella Sistina o Il quarto stato e ad entusiasmarci per i likes ricevuti piuttosto che incuriosirci ed emozionarci alla vista di questi ed altri capolavori visitati da migliaia e migliaia di turisti al giorno.

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