sabato, 17 novembre 2018
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Siamo tutti “social addicted”?

RAT PARK


Verso la fine degli anni ’70 lo psicologo Canadese Bruce K. Alexander ha condotto uno studio sulla dipendenza dei ratti dalle sostanze stupefacenti. Alexander ha inventato e realizzato un “Rat Park”, ossia un vero e proprio “paradiso per topi” in cui gli animali avevano la possibilità di svolgere innumerevoli attività,  insieme ad altri compagni con cui giocare ed avere rapporti sessuali. Una volta terminata l’integrazione delle cavie nel nuovo habitat, veniva offerta loro acqua pura e acqua addizionata con quantità ingenti di morfina. I risultati hanno dimostrato che l’atteggiamento dei ratti varia in base alle loro condizioni di vita. Gli “abitanti” di Rat Park, che impiegavano tutte le loro energie nello svolgimento delle varie attività in cui erano costantemente impegnati, non hanno mai fatto uso della morfina, perché non ne hanno sentito la necessità.

Al contrario, lo stesso esperimento, condotto sui ratti rimossi dal loro habitat e chiusi in gabbia, ha dimostrato che le cavie, se costrette a vivere in solitudine, senza alcuna attività da svolgere, molto presto diventavano dipendenti dalla morfina, fino ad indurre, autonomamente, una overdose che porta al suicidio.

Questo esperimento conferma la tesi di Alexander, secondo cui, la dipendenza non è solo imputabile alle caratteristiche delle sostanze stupefacenti, ma anche alle condizioni di vita in cui si trova la cavia.

SOCIAL ADDICTION


Il comportamento dei ratti ha molte caratteristiche in comune con quello degli esseri umani. Anche gli uomini, infatti, cercano spesso sostanze che causino dipendenza nei momenti “difficili” in cui sentono la mancanza di qualcosa, per compensare il bisogno di “distrarsi” dai problemi della vita ed “evadere” dalla realtà. Alla luce di questi dati scientifici è lecito pensare che soltanto i deboli e gli irrealizzati sentano il bisogno di ricorrere a sostanze stupefacenti e/o alcoliche, tanto da diventarne, di conseguenza, dipendenti. Eppure moltissimi giovani presentano gli stessi sintomi della dipendenza da tali sostanze, senza farne uso.

Ciò avviene tramite lo sviluppo di un rapporto di subordinazione che può nascere in numerosi ambiti oltre quelli già menzionati, quali, ad esempio, quelli riguardanti l’ambito tecnologico. Spesso, in questo settore, si fa riferimento ai “social addicted”, ossia soggetti talmente sottomessi e assorti nell’uso compulsivo e incontrollato dei social media da negare essi stessi di avere un problema. In questo modo questi individui adottano esattamente lo stesso atteggiamento dei tossicodipendenti che, nella convinzione di “poter smettere quando vogliono”, spesso, senza neanche rendersene conto, adottano abitudini di vita malsane e difficili da eliminare. Troppi adolescenti, pre-adolescenti e persino bambini, hanno automatizzato nella loro quotidianità azioni di carattere ossessivo-compulsivo, quali il controllo ad intervalli sempre più brevi dei social network, senza neppure avere, nella maggior parte dei casi, uno scopo diretto e/o immediato.

Quante volte in un giorno capita di prendere il telefono in mano ed entrare su Instagram, Facebook o qualunque altro Social Network, senza neanche una ragione specifica?

ADDICTION TEST


Per stabilire se si è o meno dei “social addicted”, è sufficiente effettuare un vero e proprio “test” e privarsi autonomamente di ogni fonte di connessione a questi network, così da dimostrare a sé stessi la veridicità della teoria secondo cui “si può smettere quando si vuole”. I risultati di tale test sarebbero lampanti e inequivocabili in quanto, se si avverte un incolmabile ed incoercibile senso di privazione e di mancanza, significherebbe che si sta vivendo una sorta di “crisi di astinenza”, paragonabile al tipo di crisi provato dai tossicodipendenti tenuti alla larga per troppo tempo dalle sostanze a cui sono assuefatti.

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Salvatore Fabio
17 anni. Studente presso il liceo Sciascia Fermi, indirizzo linguistico. Instagram: @salvatorefabios

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