martedì, 13 novembre 2018
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Quanto conta seguire le passioni? Andre Agassi e la sua storia

Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita…

Questa è una delle frasi più rappresentative del romanzo autobiografico Open – La mia storia (2009) di Andre Agassi, celebre tennista statunitense attivo dal 1986 al 2006. Una vita intensa, segnata da moltissimi momenti all’apice del successo e in testa alle classifiche ATP ma anche da parabole discendenti altrettanto numerose. Fin dai suoi primi anni di carriera ha sempre fatto parlare di sè, e non solo per il suo talento: non ancora ventenne, infatti, rompeva alcuni schemi e tabù del mondo dello sport entrando in campo, per esempio, indossando completi di colori diversi dal bianco che, all’epoca, era d’obbligo, oppure sfoggiando orecchini molto vistosi. Movimentata anche la sua vita privata: due i suoi matrimoni, il primo, durato solo due anni, con l’attrice Brooke Shields, e il secondo con la collega Steffi Graf, che l’ha anche reso padre di due bambini, Jaden Gil e Jaz Elle.

Dietro, però, questi grandi successi si nasconde una storia molto delicata, quella di un bambino cresciuto troppo in fretta, che ha dovuto fare i conti, sin dalla tenera età, con l’autorità del padre.

Da ragazzino avevo odiato il tennis, vivevo nella paura di mio padre, che mi voleva campione a tutti i costi
Andre Agassi.

Proprio lui, infatti, essendo un grande appassionato di tennis, tenta di renderlo un campione sin da quando Andre ha soli due anni, sottoponendolo a lunghissimi ed estenuanti allenamenti quotidiani; nella sua autobiografia, Agassi descrive anche il cosiddetto “drago”, ovvero una macchina lanciapalle modificata proprio dal padre per aumentarne la difficoltà, e le dure reazioni di fronte ai suoi errori. Andre vorrebbe fuggire da questa realtà domestica così soffocante e frustrante, ma è solo un bambino, che non può nemmeno contare sull’appoggio di sua madre, del tutto subordinata all’autorità del marito; poiché il tennis è uno sport individuale, avverte anche un forte senso di solitudine – in un’età, tra l’altro, alla quale è importante iniziare a coltivare le prime amicizie – e, per questo, secondo quanto scritto da lui, preferirebbe giocare a calcio. Anche quando, una volta adolescente e poi adulto, crescerà insieme a lui il suo istinto ribelle, che lo porta a causare le ire del padre e a pensare seriamente di abbandonare il tennis, cosa lo dissuade dal farlo? Andre sente di essere incapace di far bene qualsiasi altra attività (infatti, per esempio, i suoi risultati scolastici non sono dei migliori) ad eccezione del tennis, l’unica nella quale eccelle veramente e che, di conseguenza, potrebbe garantirgli una carriera di successo.

Ma quanto conta seguire le proprie passioni e inclinazioni, specialmente nel mondo del lavoro, al giorno d’oggi, e in paesi segnati dalla crisi economica quali l’Italia? Ne vale davvero la pena, viste anche le scarse possibilità di realizzarsi in alcuni campi?

Questo è un cruccio che affligge molti giovani, i quali si trovano di fronte ad un bivio: scegliere di seguire il proprio cuore o ciò che è utile, iscrivendosi ad esempio a delle facoltà universitarie che garantiscono di esercitare una professione ben retribuita.

Solitamente chi si adentra in settori nei quali il successo è un semplice punto interrogativo si scopre pentito e deluso: è, infatti, un atteggiamento comprensibile, perché studiare per il proprio futuro comporta grandi fatiche e molti sacrifici e, quando non si riesce a trovare lavoro, ci si inizia a chiedere a cosa siano serviti e, purtroppo, si perde fiducia nei propri sogni e progetti.

Chi, tuttavia, sia per costrizione che per scelta personale, rinuncia alle proprie passioni e si convince di amare la professione che si appresta ad intraprendere è davvero soddisfatto? A volte proprio la paura di finire sul lastrico porta a compiere scelte dettate soprattutto dall’interesse economico ma, una volta raccolto ciò che si è seminato, è possibile avere dei rimpianti e iniziare a desiderare una vita all’insegna di una maggiore felicità?

Seguire se stessi è senz’altro importante in tutto ciò che si fa nella vita, dalle scelte lavorative a quelle concernenti la propria vita privata.

Pablo Neruda infatti, in una sua poesia, scrive:

Lentamente muore […] / chi non rischia, […] / Lentamente muore chi evita una passione, […]

E proprio per evitare questa morte a piccole dosi, come scrive Neruda alla fine del componimento, bisogna trovare la forza, dentro di sè, di combattere per i propri sogni sia contro chi ci impone di far qualcosa che non amiamo sia contro tutte le difficoltà che potrebbero derivare dalle nostre scelte, portando molta perseveranza e pazienza, il che può garantirci di raggiungere una splendida felicità. In alcune situazioni rischiare è necessario: a tal proposito, una frase molto significativa è:

Non conta ciò che trovi alla fine di una corsa, ma ciò che provi mentre corri.

E se la corsa dovesse rivelarsi infruttuosa, meglio averci creduto e sudato, avere un rimorso appunto, che un rimpianto.

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