12 Luglio 2020, domenica, 10:32
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“Parasite”: analisi introspettiva della realtà

Il film coreano del 2019 “Parasite”, diretto da Bong Joon-ho, vincitore di 4 premi Oscar, nella locandina che ne ha accompagnato a livello globale la distribuzione, chiede esplicitamente allo spettatore di “cercare l’intruso” tra i personaggi, ossia di rispondere alla domanda: “chi è il parassita nella storia?”

Non esiste una singola risposta universalmente ed inequivocabilmente corretta a questo interrogativo, in quanto potenzialmente tutti i personaggi, secondo vari punti di vista, potrebbero essere considerati, metaforicamente, i “parassiti”.
Seguendo un ragionamento analogo al dubbio iperbolico Cartesiano si potrebbe persino ritenere l’intero sistema economico capitalistico, frutto dell’organizzazione delle comunità moderne, il vero “parassita”, in quanto è esso stesso l’artefice delle enormi diseguaglianze e contraddizioni che determinano gli eventi che caratterizzano la trama, compreso il tragico e paradossale epilogo.

È naturale, dopo avere concluso la visione del film, riflettere a lungo sul significato di ciò che si è appena visto e cercare di pervenire razionalmente ad una personale risposta alla domanda posta da Bong Joon-ho.

Ma il più grande merito di “Parasite” è quello di offrire allo spettatore una possibilità di chiedersi il perché, da una prima, spontanea e personale analisi del film, che avviene contestualmente alla visione, si è più propensi a provare empatia nei confronti di un certo personaggio anziché nei confronti di un altro.

Nessuna opinione sarà tanto importante per lo spettatore che cerca di conoscere sé stesso quanto quella che si crea inconsciamente durante lo svolgimento degli eventi.

Se, ad esempio, in un primo momento ci si conforma alla visione del mondo attraverso l’ottica capitalistica dei Park si tende a giustificare completamente tutte le loro azioni, in quanto hanno sempre riconosciuto alla famiglia di Ki-woo un giusto compenso economico per i servizi offerti ai vari membri della famiglia.
Secondo questo punto di vista non si possono considerare i Park colpevoli in alcun modo degli eventi che caratterizzano l’epilogo del film, in quanto erano del tutto inconsapevoli delle circostanze che hanno favorito tali eventi.
Anzi, si potrebbero persino considerare gli unici moralmente corretti, in quanto coerenti e formalmente rispettosi della dignità economica e morale di tutti i loro impiegati (fin quando non vengono licenziati), nonostante vengano ingannati circa la reale identità dei membri della famiglia di Kim-woo.

Per converso, lo spettatore può provare empatia nei confronti della famiglia di Kim-woo e non dei Park, in quanto si considerano inaccettabili le modeste condizioni di vita alle quali sono costretti dalle loro condizioni economiche e il modo in cui vengono considerati dai Park e in generale dalle classi agiate a causa della loro estrazione sociale. Proprio questo concetto è espresso emblematicamente attraverso la “puzza” costante che li rende sostanzialmente diversi dai Park e sgradevoli per i loro standard, indipendentemente da ciò che fanno o da chi fingono di essere.
Secondo questo punto di vista lo spettatore, posto davanti alle enormi contraddizioni della società, che influenzano negativamente i Kim molto più dei Park (basti pensare agli effetti della pioggia per le due famiglie), giustifica totalmente i mezzi che i poveri adottano per farsi assumere dai ricchi mediante l’ideale del (pseudo) sogno americano, simboleggiato dalla pietra consegnata a Kim-woo all’inizio del film.

La prima individuazione del parassita nella vicenda può costituire per lo spettatore un primo passo nella complessa “decostruzione” della propria identità personale, che può cominciare dal chiedersi perché a primo impatto con una realtà presentata in maniera asettica e imparziale (come in “parasite”) si tende a giustificare l’operato di un personaggio ed a condannare quello di un altro.

Si ricorda a tal proposito che, come sostiene Galimberti, l’identità non è una qualità innata dell’uomo, ma qualcosa che gli viene “fornito”, o meglio “costruito” dagli altri individui, in particolare dagli educatori, nel corso della propria vita.

Anche per queste ragioni sta a ciascun individuo porsi interrogativi che possano contribuire a pervenire ad una conoscenza migliore di sé.
Le risposte a tali interrogativi, come ci suggerisce implicitamente Bong Joon-ho, non sono mai semplici e scontate, ma riguardano ogni campo della sfera personale, dalle proprie condizioni economiche e sociali alle convinzioni politiche, filosofiche, religiose ecc.
Ma per quanto possa essere difficile e complesso tale processo, è naturale per l’uomo, in quanto essere senziente in cerca di un significato da attribuire alla propria esistenza, analizzare costantemente tutti gli aspetti del proprio “io” che possano dare una risposta, anche se parziale o lacunosa, all’imperativo Socratico “γνῶθι σαυτόν”

Salvatore Fabio
19 anni. Diplomato al liceo linguistico Sciascia, studente di giurisprudenza. Instagram: @salvatorefabios

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