giovedì, 24 maggio 2018
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Oriana Fallaci: una vita all’insegna della guerra

Il giornalismo italiano può prescindere da Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – 15 settembre 2006)? Molto probabilmente no. Ancora oggi, a più di dieci anni dalla sua scomparsa, si continua a parlare di questa donna dalla forte personalità e dal grande talento di reporter e scrittrice, prova le venti milioni di copie dei suoi libri vendute in tutto il mondo.

Una vita, la sua, segnata da numerose battaglie sia fisiche che morali, fin dalla sua adolescenza quando, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, insieme al padre collaborava con la resistenza nella sua Firenze, alla quale rimarrà sempre legata, tanto da esprimere il desiderio, poco prima di morire, di ritornarvi dopo molti anni trascorsi all’estero:

Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata.

Il sogno della giovane Oriana, tuttavia, non è quello di diventare giornalista: dopo il diploma, infatti, s’iscrive alla facoltà di Medicina, per poi passare a quella di Lettere e, infine, abbandonare definitivamente gli studi universitari. Solo a questo punto, incoraggiata dallo zio Bruno Fallaci, noto giornalista, inizia a dedicarsi a questa professione: i primi articoli li scrive per i Il mattino dell’Italia centrale e per l’Epoca mentre, nel ’51, inizia a lavorare per l’Europeo.

Nel 1956 si trasferisce a New York per scrivere delle star hollywoodiane: quest’esperienza viene narrata ne I sette peccati di Hollywood, libro sui retroscena della Mecca del cinema.

Scrivere di gossip, tuttavia, non interessa più all’ambiziosa giornalista, che comincia a maturare il suo stile all’inizio degli anni ’60: al 1961 risale, infatti, la pubblicazione dell’opera Il sesso inutile, un libro d’inchiesta frutto del giro del mondo fatto da Oriana per studiare la condizione della donna in varie parti del pianeta, soprattutto in Oriente:

Volevo solo percorrere un lungo tratto di terra che mi consentisse di studiare tutte le situazioni possibili in cui vengono a trovarsi le donne, per colpa loro o di certi tabù.

Un tema a lei molto caro: infatti fino alla morte condannerà le discriminazioni di genere, ribadendo l’importanza della parità dei sessi e richiamando orgogliosamente alla memoria tutti i suoi meriti in qualità di donna: ad esempio, alla vigilia dello sbarco sulla Luna, la Fallaci parte alla volta degli USA per intervistare astronauti e tecnici della NASA, esperienza da lei narrata, nel 1965, in Se il sole muore; ma il suo nome resta indissolubilmente legato alla guerra del Vietnam, della quale sarà corrispondente per l’Europeo e di cui racconterà gli orrori, narrando questo conflitto in Niente e così sia (1969): diventa così la prima donna ad essere reporter di guerra, una grande conquista per il mondo femminile.

Fallaci e Panagulis

La sua vita privata è stata anch’essa alquanto turbolenta: celeberrima la sua relazione con Alekos Panagulis, leader dell’opposizione al regime dei colonnelli in Grecia. La loro storia finirà con la morte di lui in un misterioso incidente d’auto, nel 1976. Tre anni dopo verrà pubblicato il romanzo Un uomo, a lui dedicato. La Fallaci, durante questa relazione, concepisce anche un bambino, ma la gravidanza non giunge a termine: da questa triste esperienza nasce l’ispirazione per scrivere Lettera ad un bambino mai nato (1975), un vero e proprio caso editoriale; una lettera scritta all’embrione che porta in grembo, nella quale si interroga sul senso della vita e riporta anche alcune sue riflessioni sulla difficoltà, per le donne, di imporre la loro autorità e far sentire la loro voce:

Sarai un uomo o una donna? Vorrei che tu fossi una donna. […] Lo so: il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, si dice figlio per dire figlio e figlia […]. Nelle leggende che i maschi hanno inventato per spiegare la vita, la prima creatura non è una donna: è un uomo chiamato Adamo. Eva arriva dopo, per divertirlo e combinare guai. Nei dipinti che adornano le loro chiese, Dio è un vecchio con la barba: mai una vecchia coi capelli bianchi. […] Eppure, o proprio per questo, essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esistesse potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse una mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che urla d’essere ascoltata.

La sua lotta per la libertà e per la parità dei sessi la porta ad apostrofare come tiranno l’ayatollah Khomeini durante un’intervista, in occasione della quale deve indossare il chador; irritata, tuttavia, dai discorsi dispotici e sessisti del capo di stato iraniano, non esita a toglierselo in sua presenza.

Fallaci intervista l’ayatollah Khomeini (1979).

La Fallaci è venuta più volte a contatto con la cultura islamica, recandosi in vari paesi musulmani per realizzare dei reportage: in particolare, nel 1990 pubblica Insciallah, romanzo sulla guerra civile che scoppiò in Libano nei primi anni ’80, nella quale intervennero molti paesi quali l’Italia; una delle tante occasioni per “studiare” questa società, all’insegna delle discriminazioni di genere e di un regime teocratico, temi tanto cari alla nostra giornalista, la quale, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center di Manhattan, pubblica La rabbia e l’orgoglio, un lungo articolo nel quale attacca duramente l’Islam e, più in generale, le istituzioni politiche ed ecclesiastiche italiane le quali, stando alle sue tesi, starebbero favorendo un processo di decadenza dell’Occidente e sostenendo i propositi della maggior parte della comunità musulmana di “islamizzarlo”: la cosiddetta “operazione Eurabia”.

A causa delle sue dure prese di posizione contro l’Islam viene aspramente criticata in tutto il mondo, venendo etichettata come folle razzista. Le sue parole possono sembrare illogiche e per nulla oggettive; ma non dimentichiamo che si tratta di una realtà da lei conosciuta e raccontata più volte nel corso degli anni: le sue, dunque, sono davvero affermazioni avventate frutto della sua impulsività? Più che tali, al giorno d’oggi, alla luce dei vari attacchi dell’ISIS o, in ogni caso, compiuti in nome di Allah, suonano come una profezia, come le consapevoli parole di chi ha saputo prevedere il futuro.

La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

L’ultima lotta della sua vita è stata quella contro l’Alieno, il cancro ai polmoni che l’ha afflitta per più di dieci anni: una parola che non ha mai temuto di pronunciare, l’ennesima prova della sua risolutezza, mista, talora, a sconforto:

Io sono figlia di una società che ha sempre avuto la paura di pronunciare la parola “cancro” o ha sempre evitato di pronunciarla come se fosse una parolaccia o una colpa. A me questo sembra profondamente ingiusto, perché ci toglie speranza. Bisogna chiamare questa malattia col suo nome: è un modo per esorcizzarla. […] Il mio rapporto col cancro è di guerra: siamo due nemici che mirano a distruggersi, perché lui vuole ammazzare me e io voglio ammazzare lui. Parlo di “lui” perché per me è come un alieno che ha invaso il mio corpo e che vuole distruggerlo. […] Io lo combatto in tutti i modi: con la chirurgia, ma anche con il cervello. Anche quando accendo una sigaretta mi sembra di sfidarlo: “Tieni, brutto stronzo, che ti fumo in faccia”. Non ho paura, ed è sorprendente. A volte ho dei momenti di tristezza, che riesco sempre a superare lasciando spazio alla combattività.

Una personalità forte e complessa, la sua, che non è mai scesa a compromessi, fraintesa e criticata ripetutamente a causa della sua lungimiranza e della sua “scomoda” schiettezza che non ha mai risparmiato i destinatari delle sue polemiche. Ma le sue battaglie, che siano state vinte o (apparentemente) perse, le ha sempre affrontate a testa alta, come solo un vero guerriero, colmo di coraggio, rabbia e orgoglio sa fare.

Vi sono dei momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.

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