domenica, 25 febbraio 2018
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“Novecento”: dramma, poesia e filosofia

Novecento è un monologo teatrale di Alessandro Baricco pubblicato nel 1994, da cui il regista Giuseppe Tornatore ha tratto il film La leggenda del pianista sull’oceano (1998) e che nello stesso anno della sua pubblicazione è stato rappresentato in tutti i teatri d’Italia sotto la regia di Gabriele Vacis e con Eugenio Allegri come interprete.

La vicenda inizia nel 1927: voce narrante nonché unico personaggio presente sulla scena è Tim Tooney, un aspirante trombettista che viene assunto nell’orchestra di prima classe del Virginian, piroscafo che viaggia verso l’America, un crocevia di gente proveniente da ogni parte del mondo, impaziente di toccare la terraferma e con tanti sogni da realizzare; tra chi va e chi viene, tuttavia, c’è chi è una presenza fissa all’interno di questa nave, proprio come Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, un nome dietro il quale si cela una storia lunga, dolorosa e più che mai stravagante: questi, infatti, nato nel 1900, a pochi giorni di vita è stato abbandonato in una scatola di cartone sul pianoforte di prima classe del piroscafo; a trovarlo è stato il marinaio Danny Boodman il quale, vedendo sulla scatola la scritta T. D. Lemon, la interpreta come “Thanks, Danny!” (Grazie, Danny!), come se fosse stato il destino a volere che proprio lui lo crescesse. Dopo otto anni il marinaio muore, e Novecento è solo per una seconda volta; dotato di un rarissimo talento musicale, quasi come se il pianoforte sul quale era stato abbandonato lo avesse benedetto, inizia ad esibirsi nell’orchestra della nave, incantando tutti i passeggeri e divenendo noto come il miglior pianista di tutti i tempi.

Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… Non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay?, non c’era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c’era più… e non c’era più per sempre…

Un uomo che non ha mai messo piede sulla terraferma ma che ha appreso molto sul mondo fuori dal Virginian grazie a quanto raccontatogli dei passeggeri e al suo acuto spirito di ascolto e di osservazione.

Viaggiava, lui. E ogni volta finiva in un posto diverso. […] Voglio dire, non c’era mai sceso, da quella nave, proprio mai. […] Eppure, era come se le avesse viste, tutte quelle cose. Novecento era uno che se tu gli dicevi “Una volta son stato a Parigi”, lui ti chiedeva se avevi visto i giardini tal dei tali, e se avevi mangiato in quel dato posto, sapeva tutto, ti diceva “Quello che a me piace, laggiù, è aspettare il tramonto andando avanti e indietro sul Pont Neuf, e quando passano le chiatte, fermarmi e guardarle da sopra, e salutare con la mano”. “Novecento, ci sei mai stato a Parigi, tu?” “No.” “E allora…” “Cioè… sì.” “Sì cosa?” “Parigi.” Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c’è in Bertham Street, d’estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c’è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell’aria, l’aveva respirata davvero. A modo suo: ma davvero. Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima. In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava… Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo.

La guerra separerà i due, dal momento che Tim partirà per il fronte ma, dopo molti anni, si rincontreranno: il Virginian, semidistrutto durante il conflitto, sta per esser fatto esplodere, ma Novecento non ha la minima intenzione di scendere; Tim sale sul piroscafo per convincerlo ad abbandonarlo, ma ogni tentativo è vano: Novecento muore insieme alla sua nave.

Questa scelta non è dettata solo dal semplice legame affettivo col Virginian, ma dalla paura dell’immensità e dell’imprevedibilità del mondo esterno, mai visto attraverso i suoi occhi, ma per mezzo di tutte le persone passate su quella nave: una sola volta Novecento prova ad uscire a vedere il mondo, ma il timore lo blocca. È come legato ad essa da un cordone ombelicale, perché il Virginian è sua madre, l’ha tenuto e protetto al suo interno come una donna porta un figlio in grembo: uscirne fuori è un trauma come lo è per ogni neonato, così Novecento si lascia sopraffare dallo sgomento e preferisce tornare alla sua vita di sempre. Vi sono, dunque, dei chiari richiami all’ideale dell’ostrica verghiano, ben incarnato da Novecento.

Questi è sempre stato avvezzo ad avere padronanza sulla dimensione finita dei tasti del pianoforte, viaggiando per il mondo con la fantasia. Ma egli è consapevole del fatto che il mondo è molto più vasto, sia fisicamente che idealmente, e il timore di sentirsi impotente lo porta a rinchiudersi nel suo nido, all’interno del quale rimarrà anche quando si deciderà di distruggerlo con la dinamite, lasciandosi morire insieme ad esso.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e entro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. […] Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti […] Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio. […] Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così. La terra, quella è una ma è troppo grande per me […] È una musica che non so suonare.

Novecento è un personaggio che, attraverso le sue parole e le sue straordinarie doti, affascina e nel quale ognuno di noi si identifica per le paure e per le incertezze, ma non per le azioni effettive: per quanto, infatti, si possa temere di perdersi nell’impervio cammino della vita, il distacco dal proprio guscio è necessario per trovare se stessi e realizzarsi. La complessità psicologica di Novecento si può anche considerare metafora della complessità storica di un secolo quale il XX, nel quale è ambientata la vicenda. In particolare, una celeberrima frase che rispecchia l’enigmaticità nella quale è avvolto Novecento è Quando non sai cos’è, allora è jazz!, risposta data dal “tizio della Compagnia” al narratore quando questi gli dice di non sapere cosa stia suonando: qualcosa di ignoto e, forse per questo, affascinante, così come i brani di Novecento, che non sono scritti da nessuna parte e che, di conseguenza, nessuno all’infuori di lui riesce a suonare.

Una vicenda ricca di pàthos come solo un’opera teatrale sa essere, commovente, statica eppure entusiasmante, per certi versi filosofica – alla luce di quanto analizzato – raccontata in maniera minuziosa e poetica da Baricco, nella cui produzione letteraria il mare è una presenza costante: forse, esso è per l’autore, una fonte d’ispirazione, un riferimento costante, così come il Virginian per Novecento, uno dei tanti figli della sua geniale penna.

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