domenica, 25 febbraio 2018
Home > Attualità > Ma a chi conviene davvero la guerra?

Ma a chi conviene davvero la guerra?

Fra tutte le brutalità che l’essere umano continua a perpetrare verso i suoi simili la guerra è certamente quella che ha avuto più risonanza nella cultura di massa grazie a numerose opere audiovisive, letterarie e giornalistiche che ne hanno mostrato il lato più deplorevole ma talvolta glorificato anche quello più “eroico”. La guerra è il massacro indefinito ed indiscriminato di persone che non hanno alcuna colpa e che vengono uccise da altre persone che non conoscono per conto di qualcuno che lascia ad altri sporcarsi le mani di sangue mentre aspetta i benefici che gli arrivano da questo massacro. Sono diversi e numerosi i motivi che hanno portato negli anni varie società e popolazione a muovere guerra ad altri: religione, denaro, voglia di conquista, differenze ideologiche o il desiderio, molto spesso maschera di qualcos’altro, di rovesciare regimi dittatoriali per imporre tipi di governo ritenuti più “liberali”, per dirla all’americana “per esportare la democrazia”

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant – Laddove fanno il deserto, lo chiamano paceTacito

Ma è davvero possibile esportare la democrazia come se fosse un qualunque banale bene di consumo? Ed è davvero questo il fine che ha spinto in passato la potenza USA a muovere guerra contro intere nazioni o è soltanto un pretesto che nasconde fini più oscuri? Sono stati infatti numerosi i conflitti che nel corso dell’ultimo secolo hanno visto in prima linea gli Stati Uniti imporsi come paladini del mondo occidentale in particolar modo nell’area del golfo persico nel periodo immediatamente successivo alla disgregazione dell’Unione Sovietica. Nel 1991 infatti, senza una risoluzione in tal senso dell’ONU, le truppe americane penetrarono nello stato iracheno, governato da Saddam Hussein e reo di aver invaso il vicino emirato del Kuwait allo scopo di prelevarne il petrolio, dando il via alla cosiddetta “Prima Guerra del Golfo” e anche ai conflitti ad essa successivi. La peculiarità di queste guerre è quella di non essere basate sul principio dell’autodifesa ma su quello dell’aggressione che viene mascherato con scuse e pretesti come si può evincere dagli sviluppi del secondo conflitto che vide contrapposti NATO ed Iraq e che è dunque noto come “Seconda Guerra del Golfo”.

 

Nel caso della seconda guerra del golfo i retroscena si fanno molto più scottanti e sono stati frutto di numerose inchieste, come quella del giornalista Michael Moore che nel suo documentario 9/11 ha mostrato le sue ricostruzione sugli avvenimenti successivi agli attentati dell’11 Settembre e sui rapporti tra la famiglia Bin Laden e l’amministrazione Bush quando l’ex presidente era ancora governatore della Florida. Il 20 Settembre 2001, quando gli Stati Uniti erano ancora scioccati degli attentati terroristici di matrice islamica alle Torri Gemelle, il presidente George W. Bush in un discorso al Congresso riunito  lanciò un concetto molto importante per capire le dinamiche dell’imperialismo americano del nuovo millennio: la “guerra al terrorismo”

Our enemy is a radical network of terrorists and every government that supports them. Our war on terror begins with al Qaeda, but it does not end there. It will not end until every terrorist group of global reach has been found, stopped and defeated.George W. Bush

Il nuovo concetto espresso da Bush venne subito accolto dal mondo intero con pareri contrastanti: c’era chi, memore anche delle sconfitte brucianti subite dagli americani in Vietnam, non sentiva il bisogno di condurre un’altra inutile strage ma c’era anche chi, scosso dagli attentati e ammaliato dalle parole del presidente, credette di dover fare la propria parte per salvaguardare il mondo libero: furono migliaia i giovani che in questo periodo si arruolarono nell’esercito, e altrettanto alto è il numero di quelli che, partiti per l’Iraq, non tornarono più a casa. Subito dopo gli attenti il governo Usa pensò infatti che fosse giunto il momento di dare un chiaro segnale al mondo nel quadro di quella che è tuttora definibile come “lotta al terrorismo”, il presidente Bush, analogamente a quanto fatto dal presidente Reagan anni prima, stilò una lista di stati che definì come nemici degli Stati Uniti e del mondo libero: i cosiddetti “stati canaglia” tra cui figuravano anche Iraq e Afghanistan, colpevoli secondo l’amministrazione Bush di dare rifugio ai terroristi autori degli attacchi dell’11 Settembre.

Il proposito degli Stati Uniti e di Bush di “esportare la democrazia” in tutto il mondo, e dunque l’esaltamento dei valori occidentali contrapposti alla barbarie dei paesi mediorientali, ricevette vasti consensi in Europa ma anche molte critiche. Tra coloro i quali hanno supportato gli interventi militari americani il nome che risalta di più è certamente quello di Tony Blair, primo ministro del Regno Unito dal 1997 al 2007 e leader del Partito Laburista, che nonostante la diversa estrazione politica rispetto all’amministrazione Usa ebbe con questa rapporti idilliaci e si fece portatore dei valori imperialistici americani anche in Europa dove Bush dovette fare i conti però con le opposizione del francese Jacques Chirac, a cui venne attribuita la famosa frase “Non si esporta la democrazia a bordo di un blindato” pronunciata durante un discorso con il premier italiano Silvio Berlusconi.

On n’exporte pas la démocratie dans un fourgon blindéJacques Chirac

Le opposizione di Chirac passarono però in sordina e il 20 Marzo 2003 il presidente Bush compì un’azione che conferì all’imperialismo americano tinte grottesche: dopo due rapporti, condotti principalmente da Scotland Yard per conto del governo inglese, che negavano il possesso da parte dell’Iraq di Saddam di armi di distruzione di massa il presidente Bush, supportato da Blair e dai principali stati europei decise di attaccare ugualmente l’Iraq. Nonostante sia ad oggi evidente a tutti che il fine della seconda guerra del golfo non fu di certo la liberazione dell’Iraq dalle grinfie di Saddam ( e il Rapporto Chilcot è una prova di questo) e che il voler esportare la democrazia sia solo un pretesto per compiere scelleratezze in nome dei valori più nobili la domanda a cui viene difficile rispondere oggi è: quale fu allora il fine della guerra in Iraq ? ma sopratutto, da questo conflitto e da tutti gli altri conflitti in generale chi ci guadagna?

Le risposte a questi interrogativi possono essere molteplici e vanno dalle più lucide analisi socio-economiche alle più improbabili teorie del complotto che caratterizzano l’era moderna. É evidente che ci saranno sempre conflitti se dietro c’è chi ci guadagna, nel corso degli anni, dal Vietnam all’Iraq, sono stati numerosi gli esempi di guerre portate aventi nel nome della libertà e di vuote promesse di pace ma se si vanno ad analizzare i loro risvolti storici non hanno portato nessun cambiamento in meglio. I veri benefici, che sicuramente le guerre portano, vanno solo ad una fetta ristretta della popolazione, fetta rappresentata dall’industria delle armi. L’industria delle armi costituisce il 2,5% del Pil mondiale e le cifre del suo guadagno aumentano allo scoppiare di un nuovo conflitto; le industrie che producono armamenti non si fanno scrupoli a collaborare con chiunque: non solo a difesa del “mondo libero” ma anche a fianco di stati canaglia e terroristi; sono i combattenti silenziosi di una guerra inutile tra loro stessi e da cui sono gli unici a ricavare un guadagno

Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri che muoiono.Jean Paul Sartre

Lascia un commento

Siamo lieti che vogliate arricchire i contenuti di quest'articolo con eventuali commenti.
Per favore, considerate che i commenti saranno moderati in base a quanto indicato nella nostra comment policy.


L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*

code

News & Opinion Magazine del Liceo "Sciascia Fermi"