domenica, 25 febbraio 2018
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Lucioni squalificato per doping: ennesima prova di un fenomeno che non conosce confini.

Il capitano del Benevento, Fabio Lucioni, è stato squalificato per un anno per positività al Clonstebol, uno steroide anabolizzante derivato dal testosterone: chiaramente l’accaduto lascia molte ombre sull’effettiva regolarità del resto della squadra, in quanto anche il medico della squadra è stato incriminato e squalificato per ben 4 anni. Lucioni si è però detto rammaricato e non ha ben accettato la squalifica arrivata dal TNA, affermando di non aver detto che la verità, facendo ricadere l’effettiva responsabilità dell’accaduto sul medico che, a sua insaputa, gli avrebbe somministrato il Clonstebol.

In questo momento è come se fosse caduto un fulmine a ciel sereno”, ha commentato il difensore del Benevento. “Non mi sarei mai aspettato che dopo l’ammissione di colpe da parte del dottore, mi venisse dato un anno di squalifica – ha spiegato -. Non siamo andati con l’idea di prenderci gioco della commissione giudicante, ma con l’intento di dire la verità”. “Il messaggio non è passato e c’è rammarico: mi era stata data l’opportunità di giocare queste tre partite e stavo vedendo la luce in fondo al tunnel – ha aggiunto -. Dovrò aspettare parecchio e farmi forza. Spero che me la diano i miei compagni e la mia famiglia”. “Aspetteremo sicuramente le motivazioni, poi prenderemo una decisione. Sicuramente il ricorso verrà fatto, come ho detto prima mi sono cresciuto da solo: ho fatto tutte le categorie professionistiche, fino alla A a 30 anni. Un sogno da bambino, che mi è stato tolto dalle mani – ha proseguito Lucioni -. Continueremo a lottare affinché mi venga tolta questa squalifica”.

L’accaduto dimostra come il fenomeno del doping non si fermi al ciclismo, sport associato sempre all’utilizzo di sostanze illecite e i cui atleti vengono considerati come sicuri dopati, ma sia diffuso in tutti gli sport: ciò è causato dall’enorme pressione generata sugli atleti dagli sponsor e dalle stesse squadre, pervase da una mentalità capitalistica e ormai caratterizzata da un forte materialismo che distrugge ogni dimensione astratta, sminuendo ed eliminando la valenza etica dello sport.

Gli sportivi si affidano così maggiormente a sostanze che garantiscono maggiore resistenza, forza esplosiva, potenza, resistenza agli scatti ecc… la pratica è però diffusa in moltissimi sport( anche i meno sospetti) grazie all’utilizzo di disparate sostanze: le più utilizzate appartengono alla famiglia degli ormoni steroidei che aumentano resistenza, massa muscolare e accelerano il metabolismo con conseguente diminuzione della massa grassa. Altre sostanze molto diffuse appartengono alla famiglia degli adrenergici beta2, che agiscono sulla risposta muscolare della muscolatura liscia bronchiale e favoriscono la diminuzione di massa grassa. Entrambe queste famiglie di sostanze dopanti vengono largamente impiegate nei più disparati sport. Altre sostanze meno conosciute sono per esempio i beta-bloccanti, adoperati nel tiro con l’arco e negli sport di precisione, che rallentano il battito cardiaco e i tremori del corpo, o l’Eritropoietina (EPO), utilizzata da molti sportivi per aumentare  il valore di ematocrito (vengono utilizzate anche semplici trasfusioni per il medesimo obiettivo).

E’ chiaro quindi come il doping non sia confinato solamente tra gli sport più famosi e redditizi ma interessi ogni meandro della sfera sportiva; occorre quindi ricreare la sfera di valori ormai incrinata e ricordarci che anche l’etimologia stessa della parola “sport” si ricollega al termine “diporto”(svago, diletto) per comprendere la grandezza di un concetto tanto semplice e capire che la pratica sportiva non consiste che nello stare bene,nel divertirsi, concetti che ormai sono stati raffinati e “superati” dal progresso umano che della semplice umanità non si fa più portavoce.

 

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