L’isola dei morti, la visione onirica di Arnold Bocklin – Lyceum
venerdì, 17 agosto 2018
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L’isola dei morti, la visione onirica di Arnold Bocklin

L’isola dei morti è un gruppo di cinque dipinti, realizzati da Arnold Bocklin tra il 1880 e il 1886. L’artista utilizzò le tecniche olio su tela, olio su rame e olio su tavola. Attualmente i dipinti sono conservati al Kunstmuseum (Basilea), The Metropolitan Museum of Art (New York), Alte Nationalgalerie (Berlino), Museum der Bildenden Kunste (Lipsia); la quarta versione del dipinto è stata distrutta durante la seconda guerra mondiale.

L’opera venne commissionata da Alexander Guther, al termine del lavoro il risultato affascinò tanto l’autore che negli anni  seguenti ne realizzò cinque copie. La versione più famoso, la terza del 1883, raffigura sullo sfondo un paesaggio in cui il cielo plumbeo si confonde con vapori di una nebbiolina grigiastra che avvolge l’isola.

Scorci di azzurro sono visibili solo sulla sommità del dipinto; negli angoli superiori e appena sopra le alture dell’isola, un rosa pallido sembra fondersi con una luce chiarissima e soffusa, proveniente dal versante posteriore dei rilievi scoscesi. L’isola sorge su uno specchio di acque livido e violaceo, completamente immobile, su di esso si riflettono perfettamente il cielo e le rocce scure. In più si notano debolissime strisce di luce, una luminosità rarefatta e delicata che sembra derivare dalle profondità della distesa d’acqua. Un’ isoletta si staglia al centro del dipinto, si compone di rocce levigate e verticali, squadrate lungo i lati e corrose sulla sommità; agli angoli sono ricoperte da una scarsa vegetazione, ispidi arbusti, il muschio verdastro sembra infestare le basi dell’isola, diradandosi dall’alto verso il basso. Il colore del muschio da l’idea di un’atmosfera insalubre, è un marroncino, chiazzato al centro da verde e grigio chiaro.

Circondati dalle rocce dell’isola, compaiono dei cipressi alti e minacciosi, alle basi avvolti da una fitta oscurità. Davanti a questi si trova l’approdo, l’unico accesso all’isola, la pietra bianca è velata da una sottile patina rossastra, dall’alto verso il basso avanza una crosta superficiale porpora, dato il deterioramento della pietra. Lungo il perimetro dell’isola si aprono cunicoli e lastre tombali, anch’essi contornati da venature di muschio.

Davanti all’isola si scorge una barca, nera e piatta sul fondo, a bordo si individuano il conducente intento a remare e una figura affusolata e bianca, quasi luminosa. Dinnanzi a quest’ultimi compare un bara ornata da festoni. L’insieme del quadro suggerisce un’atmosfera placida e silente, una visione onirica e sospesa.

L’autore affermò che l’intento primario dell’opera fosse quello di introdurre lo spettatore in una dimensione surreale e mistica, tipica dei sogni; nonostante ciò, apparentemente, il quadro non presenta nulla di soprannaturale, al contrario appare estremamente realistico; in verità l’immagine è carica di simbolismi che suggeriscono all’inconscio l’esistenza di uno spazio altro, diverso dal mondo concreto. I personaggi del dipinto evocano Caronte, il traghettatore infernale e un’anima o una mummia nel suo viaggio verso l’aldilà; l’isoletta e lo specchio d’acque ricorda la concezione mitologica dell’Ade, situato al confine crepuscolare dell’Oceano e descritto come un luogo fisico, non metafisico e inaccessibile.

         

In più tutto ciò che nell’opera appare attinente al vero, in realtà non lo è: le cime dei cipressi suggeriscono una brezza che soffia, le nuvole appaiono in balia di un vento rapinoso ma paradossalmente le acque attorno all’isola sono innaturalmente statiche e inerti, il degrado delle basi delle rocce suggerisce un regolare ciclo di umidificazione ed essiccamento, causato non solo dalle maree ma anche da onde che si infrangono sulla superficie; il corpo diafano del personaggio in bianco indica presenza di una creatura trascendente, estranea a questo mondo.

Lo scrittore Pierluigi Tombetti ha parlato del quadro come

una sorta di palcoscenico dell’inconscio, un anfiteatro naturale in grado di mostrare l’identità oscura della morte e dell’individuo.
Bocklin l’ha definito
un’immagine onirica che deve produrre una tale silenzio che il bussare alla porta deve fare paura.
La terza versione dell’opera venne acquistata a un’asta da Hitler, il quale ne rimase tanto colpito da volere il dipinto nel suo studio, non se ne separò mai neanche al momento della morte.

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