martedì, 13 novembre 2018
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La Tide pod challenge: l’ultimo fenomeno di una società svuotata dai social network

Il format delle  challenges, nato in territorio anglofono, si è ormai diffuso e affermato in tutto il mondo dell’intrattenimento adolescenziale, spopolando sui vari social. Il fenomeno si sta però evolvendo portando ad estremizzazioni dello stesso.  É questo il caso di una delle ultime tendenze social, ormai divenuta popolare tra i giovani americani, la “Tide pod challenge”: la sfida consiste nel masticare le pastiglie di detersivo. Ciò però ha effetti collaterali sui giovani stessi, che molto spesso devono recarsi in ospedale per la tossicità delle sostanze ingerite.

Qual è dunque il motivo di tale challenge? Una sfida che pretende di farsi del male per poi condividerlo con i propri coetanei e col mondo intero come può diventare così popolare? Possiamo quindi comprendere come i giovani non tengano conto della reale valenza di queste sfide ma si limitino ad avere come unico obiettivo la “notorietà”: l’Ice bucket challenge è esempio lampante, poiché nato per uno scopo benefico,ma terminato con lo spogliarsi del suo iniziale scopo per diventare per lo più vuoto fenomeno. Non importa quindi per quale reale motivo vengano lanciate le challenges ma l’unico reale obiettivo dei giovani è dunque conformarsi e farsi notare per sentirsi sicuri e protetti all’interno di una sfera sociale che va dietro alla prima pecora.

Non bisogna però condannare il processo di emulazione ed imitazione che contraddistingue tutti noi essere umani poiché ci serviamo dell’astrazione per riprodurre un modello mentale che si basa appunto sull’imitazione ed emulazione di concetti semplici. Ciò che invece scoraggia è la visione di una futura società basata sull’emulazione priva di controllo razionale, generando una ripetizione di modelli che non contengono più personalità ma un’ unità basata sull’assenza di pensiero.

Possiamo dunque riscontrare una delle maggiori cause nella società stessa di cui i giovani fanno parte: al giorno d’oggi, a causa della globalizzazione, non esistono più grandi punti di riferimento; gli influencers si fanno infatti portavoce di un vuoto culturale che non è da loro direttamente causato, ma dal sistema dei moderni social network, basati sulla peritura e momentanea celebrità.

Chamath Palihapitiya, ex, vicepresidente di Facebook, ha affermato, durante un’ intervista all’Università di Stanford, che i social network “ci stanno riprogrammando”:

Immaginate di portare tutto questo alle sue estreme conseguenze, con attori malintenzionati che possono ora manipolare ampie frange della popolazione per fare qualunque cosa vogliano. È veramente una bruttissima situazione. E noi nascondiamo il problema, capite? Organizziamo le nostre vite attorno a questo senso di perfezione percepito, perché siamo premiati da questi impulsi a breve termine: cuoricini, like, pollici in su… e confondiamo tutto questo con i valori, e confondiamo tutto questo con la verità. E invece ciò di cui veramente si tratta è: una falsa e fragile popolarità. Ed è a breve termine e questo vi lascia ancora di più – ammettiamolo! – sospesi e vuoti, prima ancora di comprenderlo, perché poi vi forza in questo circolo vizioso dove pensi: “Qual è la prossima cosa che devo fare adesso? …perchè ne ho bisogno!”

Pensate a tutto ciò con l’aggravante di 2 miliardi di persone e poi pensate a come la gente reagisce alle sensibilità degli altri: è veramente una cosa brutta! Io ho fatto un ottimo lavoro là (ndr: a Facebook), e penso che quel business faccia molto bene in tutto il mondo. Il modo in cui ho deciso di spendere il mio tempo è di prendere il capitale con cui mi hanno premiato e concentrarmi ora sui cambiamenti strutturali che posso controllare. Io non posso controllare tutto questo. Posso controllare le mie decisioni (cioè di non usare quella merda), posso controllare le decisioni dei miei figli, che non hanno il permesso di usare quella merda. E poi posso concentrarmi su diabete, sull’educazione e sui cambiamenti climatici. È tutto ciò che posso fare. Tutti gli altri devono guardarsi dentro un po’ di più, considerando quello che sono disposti a fare, perché i vostri comportamenti… voi non vi rendete conto che vi stanno riprogrammando. Non era intenzionale, ma adesso dovete decidere a quanto siete disposti a rinunciare, a quanto della vostra indipendenza intellettuale. E non pensate: “Oh, no, non io! Io sono un fottuto genio! Sono alla Stanford!” Probabilmente voi siete quelli che hanno più possibilità di finirci dentro! Perché proprio voi avete spuntato caselle per tutta la vostra maledetta vita. Senza offesa, ragazzi!

É chiaro quindi come i social network stiano spostando la focalizzazione del pensiero umano dall’aspetto razionale all’esclusiva considerazione della forma: le immagini pubblicate sulle piattaforme di condivisione non solo si spogliano dell’aspetto razionale di cui si fanno portatrici ma, per emulazione, scoraggiano il pensiero altrui; i giovani si nutrono infatti di ciò che vedono,  di ciò che appare, limitando la propria attività conoscitiva alla sola ingurgitazione del materiale sensibile che non viene poi filtrato dalla ragione umana.

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