giovedì, 24 maggio 2018
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La Pop Art: una critica velata alla società dei consumi

Durante la seconda metà del XX secolo si sviluppa, principalmente negli Stati Uniti, una nuova forma d’arte che sposta l’attenzione del soggetto artistico sui miti e sui simboli della società dei consumi presentandosi come una critica al fenomeno tipico di tutte le società industrializzate dell’acquisto indiscriminato di beni di consumo e della glorificazione degli idoli del cinema e della televisione. Questo tipo di movimento prende il nome di “popular art” o “pop art” in cui il termine “popolare” non va inteso nella più comune accezione di arte del o per il popolo ma più che altro come arte di massa, ovvero arte prodotta in serie che rappresentando i prodotti di consumo più diffusi, dalle lattine di coca-cola ai barattoli di zuppa di pomodoro,si presenta in forma anonima: i prodotti di massa non hanno volto ma sono conosciuti da tutti, grazie alla costante pubblicità che bombardava le menti dei telespettatori. I maggiori rappresentati della pop art furono Roy Lichtenstein, che avvicinandosi all’espressionismo astratto cominciò ad introdurre nella propria arte elementi e personaggi tipici del mondo dei fumetti, George Segal e quello che è ritenuto il padre assoluto della pop art: Andy Warhol.

Quello di Andy Warhol è infatti il primo nome che ci viene in mente quando parliamo di Pop Art. Nato a Pittsburgh nel 1928 e morto a New York nel 1987 dopo un intervento non riuscito, Warhol fu senza dubbio un talento eccezionale che lasciò un’impronta inconfondibile in ogni campo artistico: egli si distinse si da subito, oltre come che pittore,come regista cinematografico e scultore. L’influenza di Warhol si può notare infatti in una grande quantità di artisti che ebbero la fortuna di collaborare con lui e di far parte della sua “Factory”. La Factory era lo studio di New York City in cui Andy Warhol si incontrava con la sua fitta schiera di collaboratori e creavano quelle opere d’arte che da li a poco avrebbero bombardato il mondo, il laboratorio artistico di Warhol è conosciuto non solo a causa dei suoi meriti artistici ma anche per via dell’ambiente anticonformista ed intellettualmente stimolante che era andato a crearsi: tra i visitatori abituali della Factory vi furono anche personalità iconiche del calibro di Lou Reed, David Bowie, Bob Dylan, Truman Capote, Jim Morrison, Salvador Dalì ecc.

Dal punto di vista artistico Andy Warhol fu il pittore che al meglio ha rappresentato questo genere artistico. Nelle sue opere Warhol prese di mira il consumismo esagerato dilagante nella società a lui contemporanea e il divismo hollywoodiano, in una serie di serigrafie da lui realizzate ci vengono presentati diversi prodotti ed idoli della massa come le lattine della coca cola o ritratti di personalità di culto come Mao Tse Tung e Che Guevara moltiplicati su vasta scala in modo da svuotarli da ogni significato che acquisiscono in chi le osserva.

L’opera certamente più famosa dell’artista newyorkese è quella che rappresenta l’icona hollywoodiana Marilyn Monroe, il ritratto della diva fa parte di una serie di 10 serigrafie che si aggiunge ad una collezione più ampia che ritraeva altri personaggi della cultura del tempo. Dal punto di vista tecnico si distingue per una forza cromatica intensa e priva di sbavature; delle varie cartelle dedicate ai personaggi della cultura questa è quella più famosa e ha come caratteristica principale il contrasto cromatico che si viene a creare tra diversi colori come il rosa, l’azzurro, il giallo e il rosso. Questi colori assumono tinte fredde e che danno un’impressione esaltata di rilievo che sottolineano ancora di più il contrasto cromatico tra i capelli biondi della Monroe e i colori di sfondo.

La serigrafia viene preferita da Warhol rispetto alla pittura ad olio perché meglio si adatta a replicare i ritmi dell’industrializzazione; è l’idea che l’arte debba sopperire ai meccanismi industriali che spinge infatti Warhol verso questo tipo di rappresentazione. Ma perchè proprio Marilyn Monroe? Nei primi anni sessanta l’America stava vivendo un periodo in cui sentiva un sentimento di inferiorità dal punto di vista artistico e culturale verso l’Europa, Warhol era consapevole di questo e dichiarò di ammirare il modo in cui la sua nazione era capace di creare idoli dal nulla, di prendere prodotti e figure popolari e di venderle sul mercato trasformandoli in  prodotti di massa annullandone ogni interiorità. Quello su cui Warhol punta l’attenzione è la falsità teatrale della società americana negli anni sessanta: una società in  cui l’apparire conta più dell’essere e in cui i significati intimi dell’individuo vengono annullati per essere venduti su larga scala come un prodotto di consumo.

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