domenica, 21 ottobre 2018
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La noia è sempre un nemico da combattere?

Tutti noi, nel corso della nostra vita, compiamo una serie di attività, da semplici diletti a importanti impieghi lavorativi, che occupano gran parte del nostro tempo e che contribuiscono a collocarci all’interno della società, portandoci alla piena realizzazione. Quando, tuttavia, non ci dedichiamo ad alcuna di queste attività, ecco subentrare la noia, quello stato di demotivazione nata dall’assenza di azione o dall’ozio; sentimento nel quale evitiamo di cadere cercando sempre la minima occupazione, un comportamento del tutto comprensibile poiché, permanendo in uno stato di inerzia, vediamo il mondo scorrere davanti a noi, come se non vivessimo ma ci “lasciassimo vivere” e, di conseguenza, avvertiamo un senso di inutilità. Durante l’infanzia il nostro tempo è occupato da giochi, sia collettivi sia individuali, che stimolano la nostra immaginazione e il divertimento; quando, tuttavia, la fantasia viene meno, il senso di gioia si tramuta in noia, assai temuta dai bambini. Al giorno d’oggi ci si annoia molto più raramente, sia perché la media delle famiglie abbastanza dotate economicamente da far frequentare ai propri figli anche più di un’attività extrascolastica, sia perché i vari oggetti tecnologici quali smartphone e computer, sempre più diffusi all’interno della società, si rivelano dei veri e propri compagni di “anti-noia”: quando non abbiamo nulla da fare, per l’appunto, pubblichiamo dei post o controlliamo quelli dei nostri amici virtuali nei social network.

Ma la noia è davvero un sentimento negativo?

Cerchiamo di rispondere a questa domanda, in primo luogo, viaggiando nel passato. Nel corso dei secoli non vi è mai stata un’unanimità di pensiero al riguardo: in base, infatti, ai principi cardini di un determinato tempo e di una data società, la noia è stata concepita come nobile e sublime o come sinonimo di inettitudine. Questo sentimento, nelle varie epoche, è stato definito anche con altri termini, quali ozio, malinconia, o con espressioni quali “male di vivere”.

Catone.

Catone il Censore, celebre storico latino vissuto fra III e II secolo a.C., affermava:

L’ozio è il padre di tutti i vizi.

Lucrezio, poeta e filosofo epicureo, fu tra i primi a parlare della noia intendendola come “male di vivere”; secondo lui, nel cercare di fuggire da tale tormento, si fugge solo da se stessi poiché si ignora la causa del proprio male, il senso della vita e il destino dopo la morte.

Nel Medioevo, in piena fedeltà ai principi della religione cristiana, provare noia e, quindi, vivere nell’inattività era considerato un grave peccato, identificabile nell’acedia, cioè nell’incapacità di scegliere tra bene e male: l’uomo medievale per eccellenza, Dante Alighieri, credeva nella necessità di imboccare una di queste due strade, e per questo, nella Commedia, collocò nel cosiddetto “Antiinferno” le anime di coloro che, avendo vissuto sanza ‘nfamia e senza lodo, caccianli i ciel per non esser meno belli, / né lo profondo inferno li riceve, / ch’alcuna gloria i rei avrebbero d’elli (Inferno, canto III, vv. 40-42).

Dante.

Un rapporto assai complesso con questo sentimento lo ebbe Francesco Petrarca, in perenne conflitto tra la sete di gloria e il bisogno di vivere in solitudine; questo dissidio interiore, come egli stesso lo definì, gli valse la fama di “preumanista”: a partire dal Cinquecento, infatti, la noia fu considerata un mezzo utile ad approfondire la conoscenza della propria interiorità e la riflessione sul proprio malessere.

Schopenhauer.

Stando alle parole del filosofo Arthur Schopenhauer, la volontà di vivere produce incessantemente nell’uomo bisogni che richiedono soddisfazione, una sorta di reazione ad un senso di mancanza, di sofferenza: difficilmente infatti tutti i desideri si realizzano, e la mancata realizzazione di alcuni di essi causa una sofferenza ancora più acuta. Ma, anche quando un desiderio viene soddisfatto, il piacere che ne deriva risulta essere solo di natura negativa, soltanto, cioè, un alleviamento della sofferenza provocata da quel prepotente bisogno iniziale; bisogno che subito riappare in altra forma, pronto a pungolare con nuovi desideri l’affannata coscienza umana. Celebre, infatti, l’affermazione fatta da Schopenhauer circa la sua concezione della vita:

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia… Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo.
Leopardi.

Secondo Giacomo Leopardi la noia deriva dall’aspirazione degli uomini a cogliere l’infinito, che si traduce negli spiriti forti in una continua lotta per il suo raggiungimento mentre negli spiriti più sensibili e fragili il fallimento di questo obiettivo li porta un ripiegamento malinconico su se stessi e al riconoscimento della vacuità umana che si vorrebbe rifiutare e di cui la noia è segno. Citiamo un passo tratto dal suo Zibaldone:

La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.
Baudelaire.

Il malessere derivato dalla noia viene definito col termine inglese spleen dal “poeta maledetto” Charles Baudelaire il quale, sulla base della medicina greca degli umori, associava la “milza” (significato di spleen) al dolore interiore. Egli scrisse anche il cosiddetto “ciclo degli Spleen”, quattro poesie presenti nella prima sezione della sua raccolta I fiori del male toccanti questa tematica.

Abbiamo visto, dunque, come la noia sia stata generalmente considerata una fonte di insoddisfazione e di innumerevoli desideri che si rivelano, molto spesso, futili.

Ma accettare la noia, a volte, è un bene specialmente per bambini e adolescenti poiché lo stare soli favorisce lo sviluppo dell’attitudine alla riflessione e all’autocritica, inducendo ad interrogarsi sul proprio carattere e a distinguere i pregi dai difetti, su ciò che si vuole essere e avere. Annoiandoci, dunque, ci aiutiamo in un certo senso a maturare una maggiore consapevolezza sul nostro “io” e a crescere imparando a pensare autonomamente. A tal proposito, infatti, molti psicologi sconsigliano ai genitori di far compiere ai propri figli un numero eccessivo di attività extrascolastiche per evitare che essi si stressino, ribadendo quanto sia importante, nell’infanzia, trovare anche il tempo di riposarsi e, appunto, annoiarsi.

Cercare uno svago per combattere il tedio in maniera ossessiva, con la prontezza a fare qualsiasi cosa senza chiedersi se sia un bene o un male, mette in serio pericolo se stessi e non solo: chi precipita nel tunnel della dipendenza – dall’alcool, dalla droga e da qualsiasi altro fenomeno analogo – avrà di certo avuto voglia, la prima volta, di “sperimentare” la sensazione derivata dall’uso di queste sostanze perché, forse, era afflitto dalla noia; ricordiamo anche i vari casi delle aggressioni per la strada ad opera di “baby gang”, come quella ai danni del quindicenne Arturo avvenuta lo scorso dicembre a Napoli o di un’altra, risalente a circa tre anni fa, di un barbone bruciato vivo per mano di giovanissimi che hanno dichiarato, una volta interrogati, di averlo fatto “solo per ammazzare il tempo”. Questi ragazzi vivranno senza dubbio in una realtà difficile ove, o per difficoltà economiche o per inefficienza di servizi o per chissà quale ragione, non riescono ad incanalare il loro vuoto interiore.

È ammissibile e giusto, dunque, cercare un’attività che allevii la noia e il senso di inutilità che ne potrebbe derivare, rimanendo, tuttavia, abbastanza fermi e lucidi da capire cosa ci potrebbe far correre seri rischi.

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