La legge di Parkinson: un caposaldo della produttività – Lyceum
mercoledì, 15 agosto 2018
Home > Attualità > Business > La legge di Parkinson: un caposaldo della produttività

La legge di Parkinson: un caposaldo della produttività

Il lavoro si espande fino a occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo.Cyril Northcote Parkinson

È questo l’enunciato della legge di Parkinson, formulata dal celebre saggista e storico navale britannico Cyril Northcote Parkinson, che la formulò nell’ambito del bestseller omonimo e che, tutt’oggi, viene considerato un punto di riferimento nell’ambito della produttività e della gestione aziendale.

Si tratta di un principio abbastanza intuitivo, esposto all’interno di un’opera lievemente ironica, che tuttavia ha una sua validità ontologica. Infatti è nella natura dell’essere umano tendere a procrastinare gli impegni, soprattutto quelli che sono parte di una programmazione rigida, e che dunque risultano un lavoro anzichè un hobby: è infatti facile verificare che, soprattutto per le persone tendenzialmente ossessive/dispersive, è necessaria una certa pressione (data in questo caso dalla carenza di tempo) per portare a termine un compito.

L’avere infatti il “tempo contato” porta, forzatamente, a concentrarsi sulle parti cruciali dell’attività da svolgere, lasciando fuori tutti gli elementi superflui o fuorvianti. Si tratta di una sorta di filtro che agisce in modo simile a come le benzodiazepine o l’alcool agiscono aumentando la secrezione di G.A.B.A. (ovvero, semplificando, limitano il passaggio di quei segnali nervosi non sufficientemente consistenti).

Una soluzione per portare a termine le proprie attività potrebbe essere, dunque, ridurre il tempo a propria disposizione. Non si tratta ovviamente della strategia più produttiva perché si tratta semplicemente di lavorare ad “alta pressione” e alla lunga potrebbe risultare logorante. Tuttavia, è anche necessario abituarsi ad una scadenza temporale, non tanto nell’ambito di una prospettiva lavorativa o di responsabilità, quanto per avere gli strumenti necessari ad affrontare la vita quotidiana.

In ogni caso, il principio non deve essere né venerato né demonizzato perché può costituire uno strumento significativo per incrementare le proprie capacità gestionali relative al modello di azienda odierno fintantoché non condiziona il ritmo normale delle giornate.

Limiti

I limiti di tale strategia riguardano il fatto che si rischia di ricadere in uno spietato materialismo, dal momento che questo modello delle scadenze (deadlines scheme), rischia di impiantarsi a vari livelli dell’attività cognitiva fino a diventare un vero e proprio paradigma. E, in tal senso, abbiamo diversi esempi, anche celebri, di come un tale modo di pensare possa essere distruttivo (vedi sotto); inoltre nell’ambito del lavoro, se imposto ai dipendenti, si concretizza con lo sfruttamento degli stessi, come avviene all’interno delle cooperative (coop), tanto conosciute in Italia. Un altro esempio celebre è rappresentato dal comportamento dell’equipaggio del transatlantico svedese Stockholm (che trasportava merci e persone), lo stesso che il 26 luglio 1956 sventrò con la sua prua rinforzata la celeberrima nave da crociera italiana Andrea Doria. Quel giorno, infatti, le condizioni di visibilità ridotte insieme all’alta velocità della nave svedese e alla scarsa concentrazione dell’equipaggio (soprattutto del timoniere che agiva con grande approssimazione) portarono ad un disastro con decine di morti. Tuttavia emerse che, gli stessi responsabili, erano soliti navigare a velocità elevate per evitare le salatissime penalità in caso di ritardi nella consegna delle merci. Di conseguenza non è possibile dare la colpa a queste persone, tra l’altro giovani e quindi sprezzanti di un codice comportamentale rigido, che volevano soltanto evitare ripercussioni personali e di salario. Sarebbe invece da rivedere la spietata politica capitalistica, che impone ritmi estenuanti, imposta (in questo caso) dalle compagnie di navigazione.

E tornando al paragone di sopra si deve notare che, anche se teoricamente l’effetto filtro di tali sostanze down è positivo, in pratica il risultato ottenuto è quello di avere la “mente annebbiata dai fiumi dell’alcool (o delle benzo)” e quindi, di ridurre ancora di più la propria concentrazione.

In definitiva si può concludere che la formulazione di questo sagace principio riflette la visione della produttività imposta dagli stati altamente industrializzati, che tentano, con strumenti di controllo del flusso, anche di indirizzare gli interessi e la quotidianità di chi si identifica con tale visione in modo da sostentare l’intero sistema.

 

Lascia un commento

Siamo lieti che vogliate arricchire i contenuti di quest'articolo con eventuali commenti.
Per favore, considerate che i commenti saranno moderati in base a quanto indicato nella nostra comment policy.


L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*

code

News & Opinion Magazine del Liceo "Sciascia Fermi"