lunedì, 23 aprile 2018
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La forza d’animo può prescindere dalla forza fisica?

Questa domanda potrebbe sembrare ad alcuni assurda, ad altri scontata, tuttavia cercarvi una risposta o, quantomeno, capirne il senso, può portare verso una maggiore consapevolezza.

Anche se nel mondo moderno, il paradigma mentale operante porta da un lato ad inseguire falsi ideali, fisici e non, dall’altro a negare qualsiasi collegamento tra dimensione terrena e spirito, secondo una visione simile a quella di Cartesio, nel mondo greco, dove esisteva l’ideale della Kalokagathia, secondo il quale la virtù non poteva essere separata dalla bellezza fisica, questo concetto non era affatto assurdo. Diceva a proposito Platone:

Chi si dedica alla ricerca scientifica o a qualche altra intensa attività intellettuale, bisogna che anche al corpo dia il suo movimento, praticando la ginnastica, mentre chi si dedica con cura a plasmare il corpo, bisogna che fornisca in compenso all’anima i suoi movimenti, ricorrendo alla musica e a tutto ciò che riguarda la filosofia, se vuole essere definito, giustamente e a buon diritto, sia bello sia buono.

E, se per noi occidentali, proprio a causa di questo paradigma, la bellezza è relativa, i Greci ritenevano, a buon diritto, che la bellezza, intesa più come armonia, dovesse seguire determinati canoni, più o meno condivisibili.

Per rispondere però alla domanda è innanzitutto necessario definire il campo di esistenza della caratteristica forza. La forza, infatti può essere considerata:

1. In assoluto

2. In relazione alle caratteristiche anatomiche individuali

3. In relazione all’attività che si considera

Il secondo punto è da evitare, poiché un relativismo così spinto snaturerebbe la questione. Il primo punto, invece, non ha grande significato logico, perché è impossibile ottenere un valore assoluto di forza. Quindi la forza fisica va intesa come valore della potenza esercitata da uno o più gruppi muscolari in base al contesto nel quale operano.

Ma cosa c’entra con la forza d’animo? Molte persone ritengono scontato che la forza interiore sia indipendente da quella muscolare, altri, addirittura, pensano che le due forze siano inversamente proporzionali, altri ancora sostengono che la mancanza di forza fisica debba essere compensata dalla forza d’animo.

In realtà è opportuno comprendere che le due forze sono due facce della stessa medaglia, pertanto non ha senso fare tale distinzione. Si potrebbe controbattere citando esempi di persone deboli fisicamente ma forti interiormente, come Madre Teresa di Calcutta. Tuttavia bisogna notare che la loro forza in generale era precaria, poiché non bilanciata. Allenare infatti solo una delle forze (o, come abbiamo detto, uno dei due aspetti della forza) equivale ad allenarla in modo incompleto. Per lo stesso motivo la scalata ai vertici del potere non può prescindere dall’arrampicata, o meglio: se non sostenuto da una base fisica, che costituisce un componente dell’elemento scalata, di qualunque tipo esso sia, il potere, pur quanto grande, sarà molto instabile.

Allo stesso modo l’avere dimestichezza con l’apertura forzata delle porte, aiuterà a spingere forzatamente un discorso verso una certa direzione e verrà più facile interrompere le relazioni personali/sociali dannose ad una persona abituata ad usare le tronchesi. Questo non vale però nel caso di associazioni arbitrarie, ad esempio i binomi fertilità fisica – fertilità di idee o fame fisica – fame di conoscenza. Queste associazioni, infatti, richiamano concetti troppo pragmatici e non sono supportati da un’unità concettuale.

Quanto detto sopra si può spiegare facendo riferimento ad una delle tre leggi fondamentali dell’esoterismo: la legge della sintesi, secondo la quale tutti gli aspetti della realtà sono riconducibili ad un’unica entità. Ed è da questa legge che è regolato anche il metodo scientifico, basato sull’induttività: dall’osservazione dei singoli fenomeni si ricava la legge generale. Analogamente, i due tipi di forza possono essere ricondotti ad un’unico concetto.

In definitiva: cercare di cambiare e far evolvere il proprio paradigma di pensiero può portare a cogliere certe associazioni sottili a cui spesso il contesto quotidiano non lascia spazio, con il conseguente miglioramento delle proprie conoscenze e della qualità di vita in generale.

 

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