La figura psicologica di Giacomo Casanova, un bisogno d’affetto celato dietro un’apparente sicurezza. – Lyceum
domenica, 19 agosto 2018
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La figura psicologica di Giacomo Casanova, un bisogno d’affetto celato dietro un’apparente sicurezza.

Giacomo Casanova (Venezia, 2 aprile 1725 – Duchov, 4 giugno 1798) è stato da sempre una figura analizzata ed anche riprodotta in vari film, serie tv e libri, per la sua fama di seduttore e “rubacuori” nella Venezia del 700′.

Ma cosa lo spinge a diventare così ossessionato dall’amore fisico per le donne? C’è chi pensa che il veneziano sia stato affetto da iperafrodisia, ovvero l’eccessivo appetito sessuale che lo porta ad una forma di satiriasi, una condizione psicologica dell’uomo che lo rende sempre insaziabile dal punto di vista sessuale. Tale “malattia” è dovuta nella maggior parte dei casi ad un carattere eccessivamente nervoso e nevrotico.

La figura di Casanova, però, non sembra per niente essere conforme a tale malattia psicologica. Lo scrittore, agente segreto, alchimista e diplomatico italiano, infatti, nella sua vita non ebbe mai caratteri “strani” o meglio definiti nevrotici o nervosi. L’unica sua stranezza era quella di amare eccessivamente le donne e di possedere un sempre più grande desiderio di farsi amare da queste. Più che una malattia psicologica, la sua era una carenza di affetto, che appunto lo portava a cercarne altro per bisogno sentimentale e non fisico, come nel caso della malattia descritta precedentemente.

Che cosa è un bacio? Non è il desiderio ardente di aspirare una parte dell’essere amato?

Scriveva questo, il veneziano, a prova del fatto che la sua non fu una malattia bensì un eccessivo bisogno di essere amato.

Tali comportamenti possono essere dovuti a determinati traumi che il ragazzo ebbe durante la propria infanzia. Il famoso Casanova, infatti, assistette prima alla morte del padre nel 18 dicembre 1733 e il successivo abbandono della madre, che per motivazioni lavorative non riuscì più ad occuparsi del figlioletto, lasciandolo in custodia alla nonna. Si può solo immaginare il senso di sconforto e di abbandono che serpeggiava nel piccolo, il quale non godette mai dell’affetto dei genitori. Più tardi, inoltre, per condizioni cagionevoli di salute (aveva solo 9 anni), fu mandato in una pensione dove vene “accudito” da un’anziana donna slava, anche lei fredda e non accogliente. La situazione psicologica del povero piccolo Casanova alla ricerca di affetto, allora, andava sempre a peggiorare. Così scriveva:

…mi abbracciarono ordinandomi di obbedire sempre ai suoi ordini, e mi lasciarono. Fu così che si sbarazzarono di me.

E’ proprio, allora,tale senso di abbandono a far scaturire nel veneziano una voglia sempre più grande di affetto e l’unico modo che riusciva a placare tale mancanza fu, appunto, trovare sempre più numerose “fidanzate”.

Altra caratteristica che si può evidenziare del comportamento di Casanova è quella voglia sfrenata di farsi conoscere, di diventare un uomo importante e famoso. Quasi una forma di riscatto per il giovane, in relazione a quell’infanzia vissuta nella totale apatia e nel bisogno sempre più forte di affetto. Si manifestava, allora, come un uomo forte d’animo, capace di fare qualunque cosa senza mai avere bisogno di nessuno ma, in realtà, dietro tali comportamenti si celava la sua paura di restare solo nuovamente, di non essere amato da nessuno.  In altre parole, nel suo essere forte si nascondeva il suo essere debole.

Una figura da capire quella di Giacomo Casanova, il quale trovava nell’amore l’unica fonte d’affetto per saziare quel vuoto che la mancanza dei suoi genitori aveva lasciato nel suo animo e nel suo cuore.

Quando si è innamorati, basta un niente per essere ridotti alla disperazione o per toccare il cielo con un dito.

Casanova, però, fu in realtà innamorato di una donna che gli resterà sempre accanto, anche quando verrà mandato in esilio dall’inquisizione per la sua vita mondana. Il suo nome era Francesca Bruni o Bruschini,donna povera e ignorante, l’ultimo e forse l’unico vero amore di Giacomo che lo rispettò e amò fino alla fine, restandogli fedele anche nonostante la lontananza dell’esilio.

Si può, allora, dire che in realtà riuscì a provare un sentimento vero, l’amore, quell’amore che va oltre il rapporto fisico, che spinge l’uomo o alla disperazione o all’eterna felicità, come egli afferma nel passo di una sua opera riportata qui precedentemente.

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