domenica, 25 febbraio 2018
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Il voto come degenerazione dell’ideale democratico

Se fino a (soltanto) 70 anni fa il suffragio universale era considerato un’utopia o addirittura uno strumento distruttivo e diabolico, oggi è considerato come uno dei cardini di uno stato democratico, fino ad essere diventato l’emblema della democrazia. Fin dal referendum del 1946 che istituì la repubblica, sono state effettuate massicce campagne per invitare tutta la popolazione a recarsi alle urne. Sicuramente il voto di massa è stato uno strumento di emancipazione e progresso importante, ma è davvero così necessario che TUTTI vadano SEMPRE a votare?

Oggi purtroppo non è infrequente assistere a spettacoli indecenti riguardanti proprio le votazioni: gente gravemente malata o con disabilità indotta ad andare a votare, anche se poi magari soffre di forme depressive tali da ostacolare anche le azioni quotidiane più elementari. Si tratta di un vero e proprio sfruttamento contrario a diversi principi etici, per non parlare delle “campagne” porta a porta effettuate nei quartieri più popolari e disagiati delle città, allo scopo di ottenere voti (o meglio estorcerli) in cambio di denaro.

Questo NON vuol dire assolutamente che alla democrazia sia preferibile una forma di autoritarismo, ma semplicemente che il voto, per quanto importante, non è tra le forme più efficaci per esprimere la democrazia. Esistono infatti molti altri modi per partecipare attivamente alla vita di una nazione: la creazione di gruppi di scopo, le confraternite di professionisti, i tavoli di dibattito, ecc.

Qualcuno potrebbe controbattere che, nell’Atene del V secolo a.c., considerata la madre della democrazia, esisteva la votazione. Tuttavia è da notare che si trattava di un gruppo piuttosto ristretto di persone e regolato da un principio di autoselezionamento, in quanto i cittadini provenienti dalla chora (ossia dalla campagna) difficilmente potevano permettersi di perdere una giornata di lavoro per partecipare all’ecclesia (ἐκκλησία), ossia l’assemblea popolare. Il voto, infatti, è un sistema elettivo adatto soltanto a gruppi ristretti, come un tavolo di poche decine di persone (ad esempio all’interno del direttivo di un’azienda o, al limite, in una camera del parlamento), non di certo a milioni di cittadini. Trattandosi infatti di una massa (non inteso come termine discriminante, ma semplicemente come moltitudine di persone, di tutte le professioni e di tutti i censi), il popolo è sottoposto alle leggi dell’oclocrazia (la degenerazione caotica della democrazia), in quanto trascinabile, comprabile e instabile. Ed un sistema tanto alterato non fa che intaccare i principi stessi della democrazia, tra cui la libertà di espressione e di pensiero.

Inoltre il voto viene presentato, anche a livello costituzionale, come un dovere, instillando nel cittadino l’idea di dover andare a votare anche se non sa quale preferenza esprimere o non ne ha una, ovvero viene fatto credere che bisogna andare a votare anche se si lascia la scheda bianca. Questo rappresenta una vera e propria umiliazione dell’elettore, che appare così quasi non in grado di comprendere il funzionamento delle modalità di voto, oltre che una mancanza di rispetto nei confronti dell’atto della votazione in sé e delle persone coinvolte nello scrutinio, costrette a sprecare inutili energie per vagliare schede che, di fatto, non esistono. Inoltre il voto nasce proprio per  consentire di esprimere una preferenza, non per consentire alle persone di ingombrare i seggi elettorali.

In questo senso, per prevenire il fenomeno delle astensioni  (che comunque ha il suo senso in gruppi ristretti, come quello parlamentare), sarebbe opportuno assegnare i “voti” delle schede bianche al partito di maggioranza. Il concetto che si dovrebbe capire è che votare non è un obbligo né un atto così importante (a livello nazionale), in quanto le decisioni che hanno un’influenza effettiva sul sistema statale vengono prese in parlamento e nel governo, organismi appunto ristretti e dove l’atto del votare può manifestarsi in tutto il suo candore.

Si può quindi concludere che, l’estensione senza criteri di certe pratiche che in determinate dimensioni sono valide ed efficaci, può portare a risultati controproducenti.

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