domenica, 25 febbraio 2018
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Il Sonno della ragione genera i mostri: Mulholland Drive

Sono passati ormai quasi 15 anni da quando David Lynch(regista di “Blue Velvet” e della fortunata serie televisiva “Twin Peaks” ) inquietava il mondo intero con il suo “Mulholland Drive”, capolavoro onirico candidato alla Palma d’Oro nel 2001 che ha saputo mettere in scena alcuni dei difetti più comuni dello star system hollywoodiano talmente bene da venire definito dalla  BBC , in un sondaggio tra 177 critici provenienti da tutto il mondo, come il miglior film del secolo corrente. Questo traguardo raggiunto dall’opera di Lynch ha certamente messo d’accordo molti appassionati di cinema e non, ma ha anche fatto discutere data la natura contorta della pellicola.

Il film, chiaramente ispirato a “Sunset Boulevard”, si apra con un incidente automobilistico sull’omonima strada a seguito del quale una delle protagoniste, Rita, perde la memoria  e si introduce di soppiatto in un abitazione disabitata di Los Angeles. La casa però non rimane vuota a lungo, dato che Betty, giovane attrice e nipote della proprietaria si trasferisce nell’appartamento della zia. Betty non appena comprende che Rita non ha nulla a che fare con la zia, decide di non contattare la polizia,ma di aiutarla a ritrovare la sua identità e la sua memoria. Quella che sembra una trama lineare e ben definita si trasforma subito in un inquietante incubo in cui sogno e realtà si confondono e mescolano. 

 

Il tentativo delle donne di ritrovare l’identità di Rita è affiancato anche da elementi terrificanti appartenenti al subconscio delle due: è il caso di una delle scene chiave del film, la scena dell’incontro tra il regista Adam Kesher e un inquietante uomo che si fa chiamare “Il Cowboy”. Kesher viene intimidito da alcuni  personaggi di malaffare al fine di far assegnare ad una certa Camilla il ruolo da protagonista nel suo prossimo film e, dopo essersi inizialmente rifiutato, accetta a seguito dell’incontro con il Cowboy. Allo spettatore non è dato sapere chi quest’uomo sia in realtà o cosa rappresenti ma è di certo uno dei personaggi più inquietanti dell’intera filmografia di David Lynch

 

 

Mentre le donne cercano di ricostruire le vicende relative all’incidente nel quale Rita ha perso la memoria irrompono in un’abitazione dove trovano, disteso a letto, il cadavere di una donna, Diane Selwyn, resa totalmente irriconoscibile da un colpo di pistola al volto e dalla decompsozione. La notte successiva le due donne diventano amanti e Rita prega Betty nel cuore della notte di accompagnarla in un posto, il Club Silencio, in una delle scene più famose e complesse del film. 

Da qui il film perde (apparentemente) tutta la sua linerità e si apre ad un’esplosione di metafore e simbolismi, elemento pregnante della filmografia lynchiana. Sebbene venga spesso citato come uno dei film più complessi del regista americano e in generale della storia del cinema, Mulholland Drive è in realtà uno dei film più lineari di David Lynch ma ci presenta anche un qualcosa che è molto più inquietante di demoni e presenze sinistre: la disillusione. Al di là di ogni possibile interpretazione infatti il film di David Lynch è una parabola sul disincantamento, sulla delusione che nasce in una giovane attrice a seguito di una carriera e di un’intesa amorosa che non corrispondono a quelle che essa stessa aveva immaginato. Nella prima parte del film infatti David Lynch ci presenta il sogno di Betty (nella realtà del film “Diane”), una carriera già indirizzata ad Hollywood e una relazione amorosa con Rita; il sogno idillico di Diane viene però frantumato dopo circa metà del film, a un’ora dall’inizio infatti avviene lo stacco definitivo tra il sogno di Diane e la vita reale, tra l’illusione e il disincanto. Tra le due parti del film vi è una differenza abissale: la prima parte, più misteriosa e cupa, ci presenta tutti i mostri che albergano nella mente della protagonista mentre la seconda, dai toni confusi e da melodramma, ci mostra il loro corrispettivo nel mondo reale: la delusione per una carriera non andata come sperato, le sofferenze causate da un amore non ricambiato, la gelosia, il senso di possesso ecc.

Ed è proprio da questi punti che bisogna partire se si vuole analizzare Mulholland Drive nei suoi significati più reconditi ed oscuri. Mulholland Drive è un film che parla di gelosia, rabbia, delusione insite dentro la protagonista Diane Selwyn che può benissimo rappresentare ogni individuo costretto a svegliarsi davanti all’impossibilità della realizzazione dei propri sogni e che molto spesso, portato all’esasperazione, compie atti estremi ed efferati come quello compiuto dalla protagonista nel finale del film in preda ai sensi di colpa. Ma la pellicola di David Lynch non si presenta solo come un’amara riflessione sulle delusioni private a cui ognuno può essere potenzialmente esposto: è anche una fortissima critica allo star system hollywoodiano, un film che parla di cinema e lo fa in maniera disincantata, presentandone il lato più umano. Con “Mulholland Drive” infatti David Lynch vuole fare un evidente omaggio al cinema americano degli anni Cinquanta e in particolare a “Sunset Boulevard” di Billy Wilder da cui è molto evidentemente ispirato. La critica allo star system di Hollywood è evidente infatti in numerosi passaggi che fanno da contorno alla storia principale della pellicola come l’interferenza di vari personaggi di malaffare nella realizzazione di un film o anche gli stessi soprusi morali che Diane è costretta a subire nel suo ambiente lavorativo : la scarsa considerazione in cui è tenuta rispetto alla sua amata Camilla, meno talentuosa ma più sensuale, che la porterà ad abbandonare la ragione e lasciarsi guidare dall’istinto nel macabro finale del film che ricorda tanto il “Sunset Boulevard” di Billy Wilder. Entrambi i film parlano infatti dello stesso argomento, il disincanto, ed hanno un epilogo molto simile ma ciò che è diverso in Mulholland Drive è la trattazione degli argomenti con lo stile onirico ed inconfondibile di David Lynch, che riesce con grande grazia e maestria a fondere sogno e realtà in maniera quasi impercettibile in un opera massima del cinema mondiale, tra le più belle pellicole mai realizzate.

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