giovedì, 24 maggio 2018
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Il Prefetto di ferro Vs. la mafia.

In un periodo come il nostro, in cui la criminalità organizzata dilaga e, paradossalmente, le pene vengono alleggerite, non si può non pensare ai grandi uomini che si sono opposti alla mafia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, ecc…

Tuttavia, nonostante gli incredibili colpi inferti alla mafia, la loro azione fu estremamente limitata se messa a confronto con la famosa “carta bianca” conferita da Benito Mussolini al prefetto di Palermo Cesare Mori. Il Prefetto di ferro si distinse, per tutta la durata della sua carriera nella polizia, per i metodi poco ortodossi che utilizzò nella lotta alla criminalità, che gli valsero il noto appellativo. L’azione di Mori viene spesso associata alla cosiddetta “linea dura” nei confronti della mafia, anche se alcuni dei cardini del suo metodo risultano oggi molto attuali, ad esempio:

— Cercare di ottenere l’appoggio della popolazione per impegnarla nella lotta contro la mafia e non a difesa di quest’ultima;

— Creare un ambiente culturale ostile alla mafia sensibilizzando i ragazzi nelle scuole;

— Combattere la mafia nelle consistenze patrimoniali e negli interessi economici;

 Soltanto questi tre punti si possono benissimo riscontrare nelle affermazioni delle personalità sopracitate nonché nelle leggi, ad esempio la legge Rognoni- La Torre, che va ad attaccare la mafia sul piano economico- immobiliare.Inoltre diverse intuizioni del prefetto Mori, come la distinzione tra briganti e mafiosi, si possono benissimo accostare alle scoperte successive fatte da Falcone e Borsellino riguardo la gerarchia mafiosa ( dai picciotti alla cupola ); ecco di seguito riportate le parole del Prefetto di ferro:

Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l’aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero

D’altra parte per quanto riguarda la linea dura, propriamente detta, non si riscontra nessun metodo simile nella storia repubblicana, sicuramente per un maggiore rispetto nei confronti dei diritti umani; non si individuano, quindi, azioni mirate al rafforzamento dell’autorità dello stato tramite veri e propri rastrellamenti e assedi ( occupazione del paesino di Gangi) o con punizioni severe indirizzate a cancellare il clima di impunità che nell’attuale situazione è galoppante.

Veduta di Gangi

In soli quattro anni, dal 1925 al 1929, grazie alle tecniche di lotta utilizzate dal prefetto Mori, che comprendevano anche ricatti, cattura o rapimenti di ostaggi, in Sicilia diminuirono drasticamente sia gli omicidi che i furti. Tuttavia ciò non bastò perché non si riuscì a realizzare pienamente il punto più lungimirante della strategia del prefetto, cioè quello di sensibilizzare la popolazione; infatti nonostante fosse stato posto a riposo “per anzianità di servizio” si informò sempre riguardo la situazione siciliana e nel 1931 gli arrivò una lettera da una avvocato siciliano che affermava:

Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere…

Si può dunque affermare che senz’altro una linea di condotta “dura”, come quella tenuta da Mori, sia molto efficace nel breve termine, ma per far sì che la mafia venga definitivamente sconfitta è necessario anche l’apporto di azioni lungimiranti, come quelle di sensibilizzazione della popolazione o di combattimento dell’omertà, maturate ampiamente negli ultimi decenni.

 

  

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