domenica, 21 ottobre 2018
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Il Grande Gatsby, la tragicità dell’ambizione

Il “Grande Gatsby” è una delle maggiori opere dello scrittore statunitense Francis Scott Fitzgerald, autore di romanzi e racconti, vissuto negli anni venti. L’opera tratta di James Gatz, gangster newyorkese, che riuscì da semplice garzone a raggiungere un ruolo di rilievo nell’alta società dell’Upper East Side. La vicenda di Gatsby ruota intorno a Daisy, personaggio ammaliante e vezzoso, che incarna impeccabile la frivola e vaneggiante élite newyorkese di inizio novecento.

James, arruolato nell’esercito americano, incontra l’affascinante ereditiera durante un’esercitazione militare; il felice periodo trascorso insieme presuppone il fidanzamento dei due al termine della guerra, tuttavia in assenza di James, Daisy sposa un famoso giocatore di football, Tom Buchanan; Gatsby, si promette di riconquistarla, facendo leva sul suo favore e sulla fortunata posizione che spera di ottenere. Al termine della vicenda Daisy rifiuta di lasciare il marito e si allontana definitivamente da James.

La tenacia del protagonista è apparentemente motivata dai sentimenti che egli nutre per la ragazza: l’impegno a racimolare un cospicuo patrimonio, l’ardire nell’affermarsi come gangster, lo sfarzo della sua abitazione, collocata di fronte alla villa dei coniugi Buchanan e l’incontenibile impulso di arrischiare la propria sorte, scaturiscono dalla passione per Daisy. Tuttavia verosimilmente Daisy, rappresenta il sogno americano, più che un personaggio concreto, ella è un miraggio utopistico che sopravvive in Gatsby grazie a una speranza ostinata e irreprimibile.

James cerca freneticamente di liberarsi dall’inesorabile mediocrità che lo contrassegnava, lo spettro di un’evidente inferiorità, demonizzata dal romanzo e ritenuta priva di un qualsiasi fascino: la mediocrità diviene plausibile solo se gli individui che costituiscono il termine di paragone non presentano facoltà preminenti e sovrane all’interno della comunità; Pertanto la causa della febbrile attività di Gatsby è il desiderio di eliminare il suo stato di ottusità e limitatezza: egli comprende che di fronte all’esistenza dell’altrui superiorità, qualsiasi altra condizione è priva di valore e importanza. L’impossibilità di raggiungere tale condizione è simboleggiata dal faro di villa Buchanan: un’intermittente luce verde rappresenta la mutabilità della fortuna, l’assenza di costanza e serenità.

Il narratore Nick cugino di Daisy, si configura come uno spettatore esterno, vittima dal delirante contesto che lo avvolge: agli antipodi di Gatsby, Nick rifiuta la vanesia moralità di New York; anticonformista e liberale, non considera invitanti e assoluti i vantaggi della buona società a cui appartiene la cugina. Egli non crede negli ideali di elevazione e perfezionamento di James, in quanto l’esemplarità e compiutezza del sogno americano risultano inafferrabili perfino per un miliardario come Gatsby, caduto all’apice del suo successo.

Un ulteriore tematica del romanzo è il senso di decadenza, il presagio di una rovina prossima. La brillante parvenza di Gatsby si traduce interiormente in un desolato squallore; invece di condurre a un lieto fine, il benessere e l’agiatezza creano una catena di eventi tragici che terminano con la morte dello stesso Gatsby.

In conclusione il romanzo riproduce tra le righe, i sogni e le ambizioni della giovinezza, personificati in Daisy, la realizzazione di sè tradotta nella ricchezza di Gatsbty e infine l’amarezza e la frustrazione della sconfitta, evidenti nel rifiuto di Daisy.

Copertina di Francis Cugat della prima edizione del romanzo, Charles Scribner’s Sons, 1925.

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