domenica, 25 febbraio 2018
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I rischi di credere in un “Dio piccolo”

Sicuramente il dibattito teologico e religioso è un’attività estremamente delicata e potenzialmente dannosa, in quanto si tratta di affrontare le questioni in assoluto più importanti in senso assoluto che potrebbero avere un influenza, positiva o negativa, non soltanto nell’ambito di una vita, ma di tutta l’eternità.

In questo senso una delle caratteristiche peculiari attribuita a Dio dalle religioni monoteistiche è l’onnipotenza, ossia la capacità di fare qualunque cosa. Purtroppo tanti personaggi famosi hanno presuntuosamente tentato di confutare l’onnipotenza con paradossi logici, come il celebre paradosso dell’onnipotenza. È però da chiarire che tentare di conoscere Dio onnipotente con strumenti di indagine razionale è solo un’infruttuosa illusione: le cose di Dio non possono essere studiate come una disciplina terrena (scienza, filosofia, teologia, letteratura, ecc.), perché si può progredire nella conoscenza di Dio soltanto per rivelazione.

Purtroppo è insita nell’essere umano la tendenza a dare spiegazioni secondo i paradigmi appresi ad ogni cosa con cui egli entra in contatto, arrivando spesso a conclusioni ridicole o dannose. In questo senso, è più facile confidare nel determinismo scientifico, nelle dottrine filosofiche, nel nichilismo piuttosto che rendersi conto che si sta vivendo lontani dalla grazia di Dio, in un modo che non piace al signore. Accettare che non tutto è lecito, che la promiscuità non è gradita a Dio, che il nostro rapporto con l’Eterno è personale, che venerare e pregare idoli o persone (sia vive che morte) è vanità e che nessuno in terra può intercedere per i morti non è di certo facile per coloro che non hanno mai conosciuto l’amore incondizionato di Dio. Non è facile accettare che soffrire di più non vuol dire essere più graditi agli occhi di Dio.

Si tratta però di uno degli atteggiamenti più distruttivi ed alla base di problemi e sofferenze, insieme alla presunzione del diritto di autodeterminazione. Credere infatti che non tutto si può cambiare, che non tutte le condizioni possono migliorare, che non tutte le malattie possono guarire, porta ad un atteggiamento fatalista, oltre che a tendenze depressive. E cosa ancor più pericolosa, porta a crearsi falsi dei terreni: la scienza, la filosofia, le persone affermate in un determinato campo, il cibo, il gioco, la lussuria, ecc. che però sono abusivi e non dovrebbero trovarsi negli “spazi” riservati a Dio.

In questo senso, molte persone associano il benessere alla sensazione di appagamento, poiché non hanno mai sperimentato la gloria di Dio. L’inseguire vanità non è infatti cosa nuova, come possiamo bene capire leggendo Qoèlet (che NON è un libro filosofico: niente di quanto è contenuto nella bibbia è filosofia). Sappiamo infatti che molti personaggi dello spettacolo, in privato vivono nella depressione, in un senso di vuoto apparentemente incolmabile, che vengono compensati con fasi maniacali caratterizzate dall’inseguimento di falsi dei (fasi che hanno lo stesso valore assoluto di quelle depressive ma semplicemente hanno il segno + anzichè ).

Fare un Dio piccolo, inoltre, porta a credere che, alla fine, dal momento che la sua influenza sulla nostra vita effettiva è quasi o totalmente nulla, non sia così terribile stare dalla parte del maligno: già nelle scuole molti ragazzi sono attratti dall’idea di entrare in sette segrete o massoniche, di avvicinarsi all’occulto, di consacrare la propria vita alla lussuria. Per quanto inconsapevolmente o scherzosamente si parli di tali forme di concupiscenza, costituiscono un pericoloso allontanamento dalla verità.

Per di più, il modo di vedere degli ultimi secoli, in cui si considera la scienza una verità assoluta al punto da diventare dogmatici e ridicoli più di qualunque forma di religiosità esistente, in cui viene imposta l’accettazione, ed anzi la promozione di qualsiasi comportamento sociale, sessuale e personale, in cui viene confusa la ricerca della libertà con la ricerca dell’infelicità e in cui gli aumentati stimoli esterni hanno prodotto instabilità nell’individuo ha fatto sprofondare l’umanità in uno spietato materialismo.

Si può verificare tutto questo con le associazioni arbitrarie effettuate dall’essere umano in tempi recenti e non, che ormai sono instaurate nel modo di pensare. Ad esempio si è arrivati a dire, in virtù delle leggi della termodinamica, che una funzione che richiede meno energia di un’altra è MIGLIORE, esprimendo dunque un giudizio che non compete all’uomo e che sta danneggiando anche le stesse discipline naturali come la biologia, ambito nel quale si ha la presunzione di giustificare alcune teorie, ad esempio riguardanti l’evoluzione, portando come prova l’economia di un determinato processo e insinuando che le leggi materiali che regolano l’universo siano effettivamente le leggi di Dio.

Concludendo, si può dire che quelli elencati sopra rappresentano solo una piccolissima parte dei rischi che si corrono continuando a vivere in questo sistema chiuso e che l’idea di poter vivere senza Dio o con un Dio sottomesso alla tracotanza umana è una fallace illusione.

One thought on “I rischi di credere in un “Dio piccolo”

  1. Caro Tiziano , fa veramente piacere leggere i tuoi articoli. Fa piacere perchè in un ragazzo della tua età è straordinaria la profondità , e l’intelligenza con cui affronti tali argomenti, forse i più complessi che mente umana possa trattare. Se vorrai scrivermi prenderò con attenzione ogni tua apertura.
    Voglio introdurti un testo interessante che parla dell’Occidente e dell’Essere. E’ filosofia ma filosofia alta, adatta a chi sembra che nel anche ragionamento (che ha dei limiti) abbia una vera manifestazione dell’essere.

    Sta forse giungendo a compimento il senso espresso da più di duemila anni dalla nostra cultura che, come dice il nome, è “occidentale”, cioè “serale”, avviata ad un “tramonto”, ad una “fine”.
    L’evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche, e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce proprio oggi quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente ha riposto nella sua via, perché dopo averla percorsa, ne ha avvertito l’essenza nichilistica che fin dall’inizio l’animava.
    Nichilismo significa che l’Essere è niente, o è pensato e trattato come se fosse niente. Lo stesso disinteresse che oggi l’uomo occidentale rivela nei confronti del problema del senso dell’Essere, rispetto per esempio al problema dei valori, della vita, del mondo, della storia, di Dio, dimostra che continua non a misurare, ma a essere misurato dal nichilismo, ossia dalla persuasione che l’Essere in sé è niente, perché è qualcosa solo nell’ente che vale, che vive, che è utile, che diviene, che è causa di altri enti o di tutti gli enti. Ebbene scrive Heidegger: “Nella dimenticanza dell’Essere promuovere solo l’ente; questo è nichilismo”.
    Il nichilismo quindi non annulla l’Essere, ma considera l’Essere come un nulla perché considera l’ente come il tutto. Questa considerazione che Heidegger chiama ontica (in contrapposizione a ontologica) e Jaspers ontologica (in contrapposizione a periecontologica), ha deciso il modo di pensare e di fare civiltà dell’Occidente.
    Se il nichilismo non è la negazione dell’Essere, ma la sua dimenticanza, anche la storia, che avviene nella più grande indifferenza nei confronti dell’Essere è storia dell’Essere, è storia della sua assenza, del suo starsene nascosto, custodito in quel nascondimento (lethè) di cui la verità è manifestazione (a-létheia). La non-verità accoglie quindi l’Occidente e le opere a cui l’Occidente s’è affidato, dopo averle “poste in essere” lontano “dall’Essere”.
    La dimenticanza dell’Essere ha determinato la dominazione dell’ente. L’ente è grazie all’Essere, ma là dove l’Essere è obliato si rende necessaria la ricerca di un Ente superiore in grado di garantire la dominazione dell’ente sul nulla. Nasce il Superente (Dio) che fonda, causa e si fa garante dell’essere della totalità degli enti (mondo). L’idea di Dio è il primo grande evento che caratterizza la storia dell’oblio dell’Essere. A generarla è il bisogno di sicurezza, è la volontà indiscussa dell’uomo che, nell’oblio dell’Essere, va alla ricerca affannosa di un Ente superiore capace di assicurare l’essere dell’ente, in assenza dell’Essere! La proclamazione nietzscheana della morte di Dio è la denuncia dell’impossibilità di un simile tentativo, che ha le sue remote origini nell’idea platonica di Bene (Agathòn) che nel mondo iperuranico presiede la gerarchia delle idee.
    Continua…
    Un Abraccio

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