domenica, 25 febbraio 2018
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Diritto di riservatezza o diritto di informazione?

Ieri, un uomo di 54 anni, agente di polizia penitenziaria, si è impiccato ad una grata della chiesa di San Tommaso d’Aquino a Roccasecca, paese vicino Cassino, in seguito alla pubblicazione della notizia che la figlia di 14 anni, a scuola in un tema, aveva raccontato di essere stata stuprata da lui.

La docente di lettere, notando che la ragazza dava l’impressione di vivere una strana sensazione di disagio, di concerto con il preside, ha deciso di lasciare un tema in classe che contenesse anche questa traccia 

Racconta quello che, a parole, non riesci a dire a tua madre

Il dirigente scolastico dopo aver letto il tema svolto dalla studentessa ha deciso di informare la madre, la quale ha dato conferma che l’uomo aveva in precedenza abusato della figlia maggiore.

In seguito alla dichiarazione della madre, la vicenda è stata sottoposta agli organi competenti. Il Gip del Tribunale di Cassino ha emesso l’ordinanza di allontanamento del padre dalla casa in cui viveva e disposto che l’uomo venisse controllato mediante un braccialetto elettronico alla caviglia. Si trattava di misura cautelare ma non era stata ancora emessa alcuna sentenza di condanna. Ad averlo “condannato”, invece, è stata l’opinione pubblica, additandolo come un mostro e segnando la ragazza come quella che aveva subito una grave violenza. In realtà la pubblicazione della notizia ha creato un danno sia al padre, che non ha retto le accuse e la vergogna di questo fatto infamante, sia alla minore. Entrambi avevano il diritto che il fatto non venisse reso pubblico almeno fino alla sentenza definitiva.

La vicenda, come tante altre di questo tipo, crea gravi problemi di valutazione sulla libertà di stampa e sul rispetto della privacy. Spesso lo scoop travalica la realtà. Spesso alcuni vengono accusati di essere responsabili di reati più o meno esacranti: truffe, frodi, omicidi o altro e, alla fine si scopre che, magari, i responsabili sono altri più bravi a crearsi alibi o a confondere le indagini. Intanto, l’opinione pubblica, sulla scorta emotiva della notizia eclatante, ha già condannato un possibile innocente che magari si troverà con la sua vita familiare distrutta o con la reputazione irrimediabilmente danneggiata o senza lavoro.

Ora il caso di Cassino fa riflettere: quale era la necessità di rendere pubblica la notizia? Perchè è stata data in pasto ai giornalisti? Chi ne ha tratto vantaggio? Non certo la ragazza che poteva essere tutelata con la riservatezza che la legge le avrebbe dovuto garantire. Non certo il padre che ha chiuso in modo indecoroso la propria vita e che, se responsabile di quanto accusato, avrebbe meritato il carcere e l’oblio. Trattandosi di un centro piccolo è stato facile individuare autore e vittima. Era un fatto privato che non rappresentava alcun pubblico interesse così come previsto dall’art. 137 del decreto legislativo n.196/2003 per giustificarne la pubblicazione.

Ben ha chiarito il G.I.P. del Tribunale di Cosenza, il quale precedentemente aveva statuito che:”  affinché l’informazione possa ritenersi lecita: 

  • Può riferirsi anche a fatti e condotte private purché abbiano interesse pubblico;
  • può riportare dettagli e circostanze contenute nei limiti dell’essenzialità, intesa sia come necessità della notizia e sia come modalità della rappresentazione;
  • deve astenersi dal diffondere dettagli non indispensabili, evitando spettacolarizzazioni e accanimenti morbosi”.

La dichiarazione del Consiglio d’Europa del 12 febbraio 2004 ha affermato il principio secondo cui la libertà di espressione è un diritto fondamentale tutelato dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ma comporta doveri e responsabilità attinenti, in particolare, al rispetto di altri diritti fondamentali, come quello alla privacy. Gli organi di informazione devono evitare di diffondere informazioni sulla vita privata e/o familiare, a meno che non siano relativi alla condotta tenuta da una persona che riveste un ruolo pubblico: non sembra questo il caso! La ragazza di Cassino ha  appreso mentre era in classe del suicidio del padre. Ora, grazie alla dissennata fuga della notizia, ha subito un altro trauma e chissà se potrà superare psicologicamente tutta la vicenda o resterà rovinata per sempre. Questo solo per un inutile scoop di cronaca. Indipendentemente dalla legge e dal diritto di cronaca, forse è il caso di riflettere prima di pubblicare notizie non certo utili alla collettività, ma buttate lì solo per riempire i giornali… si sarebbe evitata una tragedia.

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