domenica, 25 febbraio 2018
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Chi è il serial killer? Come nasce?

La psiche umana è un grande rompicapo con cui gli psicologi lavorano ogni giorno ma, come ci viene ripetuto, nessuno di noi è uguale all’altro. Cosa succede allora nella mente dell’assassino per far scattare quella furia omicida? Il termine “serial killer” è stato coniato per indicare un soggetto è un pluriomicida (per etichettare la persona come serial killer questa deve aver commesso più di tre uccisioni con regolarità nel tempo e con un modus operandi caratteristico) con una natura ossessivo compulsiva. Diversi autori hanno sottolineato l’importanza delle esperienze traumatiche subite dal soggetto in ambito sia familiare che extrafamiliare, durante l’infanzia e l’adolescenza, per spiegare il manifestarsi del comportamento omicida. Ovviamente non tutti i soggetti che sono stati vittima di diventeranno dei killer.

Esaminando la casistica, si nota che molti assassini rientrano in queste categorie:

  1. figlio illegittimo;
  2. figlio di un genitore abusivo, di solito il padre, mentre l’altro è sottomesso, spesso la madre (anche se è possibile l’opposto);
  3. orfano di uno o entrambi i genitori;
  4. infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche o sessuali (la maggior parte delle volte è il padre a rendersi colpevole dell’abuso, ma può essere anche un altro parente perciò, le figure genitoriali risultano per i serial killer delle vere e proprie persecuzioni che, coscientemente o meno, li guidano nella valutazione delle proprie vittime)

La personalità del bambino e le sue reazioni sociali si sviluppano proprio sullo sfondodel clima generale della famiglia che è fondamentale per lo sviluppo equilibrato della sua personalità, vivendo la sua infanzia in un atmosfera di sicurezza: la mancanza di affetto o l’ostilità reciproca dei genitori a provocare uno stato di frustrazione nel figlio. Secondo la definizione di Mazer, una “famiglia multiproblematica” è ogni “gruppo familiare composto da due o più persone in cui più della metà dei membri ha sperimentato dei problemi di pertinenza di un servizio sociale e/o sociosanitario o legale”. La maggior parte degli assassini seriali proviene da una “famiglia multiproblematica” e questo fattore è molto importante per spiegare il loro comportamento deviante. Vi insorge un’enorme difficoltà che hanno queste persone a rapportarsi con il prossimo. Questi rapporti comunicativi distorti sono sempre il frutto di problemi relazionali insorti durante l’infanzia e l’adolescenza del soggetto. Le caratteristiche comportamentali e le influenze ambientali permettono ai successivi modelli, normali e patologici, di emergere durante l’età adulta. Riguardo al rapporto con il gruppo dei pari, praticamente tutti gli assassini seriali mostrando gravi difficoltà di relazione con gli altri ed una vita sociale molto povera. Questi problemi sono la conseguenza di un periodo evolutivo vissuto prevalentemente in solitudine con gravi problemi di rapporto con le altre persone. Il bambino proietta nella scuola e nel rapporto con i coetanei, i vissuti che si porta appresso dall’ambiente familiare, dove spesso non ha imparato dei modelli di comunicazione adeguati.

Esistono due modelli fondamentalmente opposti di comunicazione e rapporto con il gruppo dei pari:

  1. il modello del capro espiatorio: si tratta di bambini che vengono presi di mira dai compagni e devono sopportare ogni tipo di scherzo e di insulto. Col passare degli anni, il soggetto si adatta al fatto di essere un “capro espiatorio” e non fa niente per uscire da questa situazione, tranne che ritirarsi ancora di più in un suo mondo fantastico. Quelle rare volte che l’offesa è talmente grave da scatenare la sua reazione, mostra di avere una forza impensata, data dall’enorme quantità di rabbia accumulata. Terminato l’episodio, l’individuo rientra nel suo stato di apatia;
  2. il modello del bullismo: è la configurazione opposta alla precedente. Sono dei bambini particolarmente aggressivi che, nelle relazioni con il gruppo dei pari, assumono la leadership e sfogano la loro rabbia contro altri bambini. Ressler, facendo riferimento ai dati raccolti dall’F.B.I., afferma che il 54% degli assassini seriali, durante l’infanzia, ha manifestato comportamenti crudeli verso altri bambini, percentuale salita al 64% durante l’adolescenza.

Gli studiosi hanno cercato di elencare una serie di sintomi che, se riscontrati durante l’infanzia e l’adolescenza, possono far presagire un futuro comportamento omicidiario seriale:

  1. isolamento sociale. Nel campione di assassini seriali considerato dall’F.B.I., il 71% dei pazienti riferiva di provare forti sentimenti d’isolamento durante l’infanzia. Si tratta di bambini nei quali la fantasia assume un ruolo predominante e compensa una realtà povera di stimoli positivi. Queste fantasie hanno la caratteristica di essere precocemente sessualizzate, quindi i loro contenuti turbano profondamente il bambino, ma, allo stesso tempo, lo eccitano. Il bambino si lascia sedurre dal suo mondo fantastico e, progressivamente, si allontana da quello reale;
  2. difficoltà di apprendimento. Danni fisici e mentali, deprivazioni precoci e una mancanza cronica di fiducia nei confronti degli altri, sono tutti fattori che contribuiscono a creare il fallimento scolastico, situazione comune a molti assassini seriali. Nonostante la maggior parte di loro abbia un quoziente intellettivo medio o, addirittura, elevato non riescono a sopportare il peso degli studi, a causa della stessa inquietudine interna che provoca la loro incostanza nel campo lavorativo;
  3. comportamento irregolare. È caratterizzato soprattutto da un bisogno cronico di mentire, ipocondria e comportamento camaleontico, utilizzato per mascherare la devianza sociale. Da bambini, molti criminali iniziano a mentire in maniera compulsiva, perché questa attività dà loro una forte eccitazione;
  4. ossessione per il fuoco, il sangue e la morte. Spesso, i serial killer da bambini sono ossessionati da fantasie distruttive. Ressler, uno dei primi criminal profiler, facendo riferimento ai dati forniti dall’F.B.I., afferma che la piromania è presente nel 56% degli assassini seriali durante l’infanzia e persiste nel 52% dei casi durante l’adolescenza; in età adulta la percentuale si dimezza. Per il serial killer adolescente, appiccare un incendio è un mezzo per scaricare le proprie tensioni sessuali.
  5. Gli assassini seriali, inoltre, durante il loro periodo evolutivo, mostrano una particolare attenzione nei confronti del sangue. Per alcuni di loro, ciò è legato ad un vero bisogno fisico di avere un contatto col sangue.Un’altra ossessione riscontrata di frequente è quella per la morte. I soggetti, invece di provare una naturale repulsione, ne sono come affascinati,la così detta “necromania”. A volte, il contatto con la morte avviene in età precoce quando il bambino è facilmente impressionabile.
  6. crudeltà verso gli animali. Nel campione di assassini seriali esaminato da Ressler, il 36% ha mostrato segni di crudeltà verso gli animali durante l’infanzia. Gli esperti che studiano il fenomeno consigliano di non sottovalutare mai i giochi violenti dei bambini nei confronti degli animali, perché questi comportamenti possono essere segnali di disagio che può preannunciare lo sviluppo di una personalità violenta;

Manipolazione, dominio, controllo; queste sono le tre parole chiave per comprendere il modo di agire di un assassino seriale. La ritualità del delitto, quella sorta di celebrazione di una cerimonia orrida ed oscura, si ripete immutata. Il rituale è la sua firma, ciò che gli consente di trarre piacere dall’atto in sé; di conseguenza, se si interrompesse, il piacere potrebbe esaurirsi. Il modus operandi sono le modalità e i mezzi utilizzati dall’assassino seriale per uccidere, è tanto orrendo quanto efficace, soprattutto se passa molto tempo prima del suo arresto poiché occorre analizzare attentamente il comportamento del serial killer. Si deve fare una distinzione riguardo al modus operandi e alla “firma”. Il modus operandi è il “comportamento acquisito”, ciò che l’assassino seriale fa nell’esecuzione del crimine. Ha caratteristiche di dinamicità e può evolversi nel tempo. La “firma”, invece, rappresenta ciò che il soggetto deve fare per raggiungere “l’appagamento”. Rimane, pertanto, costante in ogni delitto e non varia negli anni. Gli investigatori devono stare molto attenti a non confondere i due elementi e concentrarsi sulla ricerca della “firma”, non lasciandosi depistare dalle variazioni del comportamento messo in atto di volta in volta dall’assassino. Delitti con modalità operative differenti possono esser marcati da una medesima firma. Colpisce, di solito, lo stesso genere di persone, che incarnano certe sue fantasie ed è reso perciò riconoscibile proprio dalle sue vittime; le considera non come esseri umani, ma come oggetti, ciò che conta è quello che la vittima rappresenta per l’assassino seriale.

L’interesse generalizzato e, per certi versi morboso, verso questo fenomeno, ha indotto i mass media ad occuparsi costantemente dell’argomento serial killer, ricercando le opinioni di studiosi del campo specifico, ma anche, soprattutto negli Stati Uniti, procedendo ad una spettacolarizzazione di un fenomeno così brutale come per Il killer dello Zodiaco, Jeffrey Dahmer (Jeff the Killer), Ted Bundy (Il Killer delle Studentesse), Gary Ridgway (The Riverman), John Wayne (Clown Killer) e William Heirens (The Lipstick Killer).

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