domenica, 25 febbraio 2018
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Alfred Hitchcock: il maestro della suspense

Sono stati molti i geni che, all’interno della storia del cinema, sono arrivati sugli schermi di tutto il mondo portando con sè qualcosa di rivoluzionario, ma nessuno di questi ha avuto un impatto nella cultura di massa ai livelli di quello del grande Alfred Hitchcock. Il regista inglese, con all’attivo più di cinquanta lungometraggi, è senza dubbio una delle personalità più importanti ed influenti della settima arte; considerato il padre di quel genere che da lì a poco avrebbe aperto un filone tutto suo di largo impatto soprattutto nel cinema italiano: il “thriller”. Grazie alla vasta mole di film thriller da lui diretti egli è oggi conosciuto anche come “maestro del brivido”. Il fenomeno Hitchcock non scoppiò sin dall’inizio della sua carriera ma soltanto molti anni dopo, quando il regista si decise ad abbandonare il Regno Unito per trasferirsi ad Hollywood dove produsse una notevole mole di lungometraggi che sono oggi tra i suoi più famosi. I critici cinematografici tendono infatti molto spesso a suddividere la carriera di Hitchcock in due periodi ben definiti: il “periodo britannico” che va dal 1925 fino al trasferimento in America nel 1940 e che conterrebbe circa venticinque film, di cui una buona parte muti, e il “periodo americano” dal 1940 fino all’ultimo film del 1976 “Complotto di famiglia”.

L’apporto che Hitchcock diede alla settima arte fu rivoluzionario: egli cambiò molte tendenze del cinema dell’epoca e dettò la linea per futuri registi che da quel momento in poi seguirono sempre il suo esempio nella scrittura delle loro sceneggiature ma anche in alcune piccole accortezze registiche. Tra i molti “regali” che Hitchcock ha fatto ad intere generazioni di registi vi è ad esempio il famoso “Dolly Zoom” che viene normalmente definito come “la combinazione di uno zoom in avanti e di una carrellata indietro, o di uno zoom all’indietro e una carrellata in avanti”, in parole povere il Dolly Zoom è quell’effetto che il regista ottiene focalizzando le lenti della macchina da presa in movimento su di un soggetto dal quale la stessa si allontana, o viceversa. Questo famoso effetto cinematografico, impiegato in numerosissimi film ( “Jaws” di Steven Spielberg e “Goodfellas” di Martin Scorsese tra i più famosi), prende anche il nome di “Vertigo Effect” o “Effetto Vertigo” perchè impiegato per la prima volta nel capolavoro surrealista di Hitchcock “Vertigo” allo scopo di creare e mostrare al pubblico il senso di vertigini che pervade ed ossessiona il protagonista della pellicola.

 Ma la caratteristica più importante del cinema di Hitchcock è sicuramente data dal sapiente uso della suspense; egli attraverso vari espedienti riesce in ogni pellicola ad ingannare il pubblico e a farlo rimanere sulle spine per tutta la durata dell’opera. Il concetto di suspense è molto diverso da quello della sorpresa che è caratteristica più vicina ai film horror che ai thriller: l’effetto di suspense si ottiene creando una dissociazione tra ciò che il personaggio conosce e ciò che è invece conosciuto dallo spettatore che si trova così catapultato in uno stato di assoluta frenesia, divorato dall’ansia per lo svolgimento dell’azione, aumentato anche grazie all’aiuto della colonna sonora, di particolari effetti d’ombra e di altri espedienti molto cari ad Hithcock. Dall’utilizzo del tutto nuovo del fenomeno shockante si può intuire la portata rivoluzionaria del regista britannico: egli si distanzia da tutta la tradizione cinematografica a lui precedente ,dove la presenza dell’effetto ansiogeno era caratterizzata dalla comparsa improvvisa di un elemento (o di un personaggio) inaspettato, creando un rapporto emotivo tra lo spettatore e la situazione drammatica, dove chi guarda è consapevole della portata micidiale del pericolo che incombe ma non del modo in cui esso si presenterà colpendo l’ignaro protagonista sulla scena. Alcuni esempi diretti di quest’uso innovativo del sentimento dello spettatore sono rintracciabili in due dei film più famosi del maestro del brivido: “Rear Window” (“La Finestra sul Cortile”) e Psycho. Nel primo caso ci troviamo davanti ad un film del 1954 che racconta la storia di un uomo, interpretato da James Stewart, costretto a casa con una gamba ingessata e convinto che il suo vicino di casa abbia assassinato la moglie dopo aver sentito un urlo di donna provenire dall’appartamento e che decide, nel limite delle sue possibilità fisiche, di indagare sulla questione utilizzando un binocolo. In uno dei punti salienti del film soltanto lo spettatore vede il vicino di casa uscire di notte con una donna mentre il protagonista dorme. Nel caso di Psycho invece l’effetto suspense si nota nel momento in cui l’investigatore privato, deciso a far luce sulla sparizione di Marion Crane, si introduce nell’abitazione di Norman Bates e lì lo spettatore, vedendo la porta aprirsi, al contrario del personaggio riesce a prevedere in anticipo l’agguato sulle scale.

 

Noi stiamo parlando, c’è forse una bomba sotto questo tavolo e la nostra conversazione è molto normale, non accade niente di speciale e tutt’a un tratto: boom, l’esplosione. Il pubblico è sorpreso, ma prima che lo diventi gli è stata mostrata una scena del tutto normale, priva d’interesse. Ora veniamo alla suspense. La bomba è sotto il tavolo e il pubblico lo sa, probabilmente perché ha visto l’anarchico mentre la stava posando. Il pubblico sa che la bomba esploderà all’una e sa che è l’una meno un quarto – c’è un orologio nella stanza – : la stessa conversazione insignificante diventa tutt’a un tratto molto interessante perché il pubblico partecipa alla scena. Gli verrebbe da dire ai personaggi sullo schermo: ‘Non dovreste parlare di cose banali, c’è una bomba sotto il tavolo che sta per esplodere da un momento all’altro’. Nel primo caso abbiamo offerto al pubblico quindici secondi di sorpresa al momento dell’esplosione. Nel secondo gli offriamo quindici minuti di suspenseAlfred Hitchcock

Un altro degli elementi più importanti e celebri della cinematografia di Hitchcock è certamente rappresentato dal “MacGuffin”. Il termine, coniato dal regista stesso, sta ad indicare quel piccolo particolare che serve a dare uno snodo iniziale al film ma che si dimostra di fatto di scarsa rilevanza per gli svolgimenti futuri della trama. Anche per questo espediente gli esempi più famosi possono essere trovati nei film citati precedentemente a proposito della suspense: In Psycho il MacGuffin è rappresentato dalla somma di denaro che la protagonista ruba; esso non è rilevante ai fini della trama me è il pretesto narrativo che il regista usa per giustificare la partenza di Marion e dunque la sua sosta al Bates Motel; In Rear Window invece è la gamba del protagonista a fungere da MacGuffin: non sono importanti le dinamiche che hanno portato all’infortunio di Jeff ma quello della gamba rotta è solo un pretesto per renderlo immobilizzato a casa, incapace di indagare di presenza. La popolarità di questo particolare espediente cinematografico è testimoniata dal largo uso che generazioni di registi ne hanno fatto nelle loro opere: ad esempio Quentin Tarantino nel suo “Pulp Fiction” usa la valigetta come MacGuffin, non rivelandone il contenuto (che non è dunque rilevante) ma usandola come giustificazione per lo svolgersi degli eventi.

Si può immaginare una conversazione tra due uomini su un treno. L’uno dice all’altro: “Che cos’è quel pacco che ha messo sul portabagagli?” L’altro: “Ah quello, è un MacGuffin” Allora il primo: “Che cos’è un MacGuffin?” L’altro: “È un marchingegno che serve per prendere i leoni sulle montagne Adirondack” Il primo: “Ma non ci sono leoni sulle Adirondack” Quindi l’altro conclude: “Bene, allora non è un MacGuffin!” Come vedi, un MacGuffin non è nullaAlfred Hitchcock

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